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Le interviste di “Pulp Libri”

Intervista a Michael Muhammad Knight
di Claudia Bonadonna
“Pulp Libri”, n. 68, luglio/agosto 2007

Yusef vive a Buffalo, New York, insieme a un gruppetto di musulmani punk. Jehangir esibisce una furiosa mohicana, suona la chitarra elettrica e dibatte sulle ispirazioni coraniche dello Sceicco Iggy Pop. Da sotto il burqa, col suo accento perfetto che non tradisce alcuna origine, Rabeya sparge il verbo politico dei Propagandi o scandalizza con le liriche esplicite delle Lunachicks. Una comune variamente religiosa e molto sui generis. Un salotto con un buco nel muro che segna la Mecca per pregare di giorno e ballare feste selvagge di notte.
È la nuova rissosa gioventù musulmana nell’America di oggi. Che Michael Muhammad Knight – classe 1977, una lunga gavetta nell’underground editoriale e il beneplacito di Hakim Bey (“Prima o poi il punk e l’Islam erano destinati a incontrarsi e a produrre strani frutti. Questo è il primo, assordante squillo di tromba…”) – porta in scena nell’esordio di Islampunk, prima uscita della neocollana metropolitana “Vertigo” di Newton Compton. Rabbia, fede e amore in una lettura sorprendente e agitata.

Un ritratto di Michael Muhammad Knight
Ho letto l’autobiografia di Malcolm X quando avevo quindici anni. Nello stesso anno ho incontrato mio padre, latitante da sempre: era diventato un suprematista bianco che ammirava Hitler. La mia risposta a questo è stata intraprendere un lungo viaggio verso il Pakistan e andare in una madrassah a studiare l’Islam. Poi è subentrata la disillusione, l’ortodossia religiosa non mi bastava più. Ho indagato la realtà, le mille contaminazioni della vita vera. Ho scritto questo romanzo su dei ragazzini punk musulmani per fare i conti con la bellezza di queste contraddizioni. I miei personaggi rappresentano la grande varietà di relazioni che possono instaurarsi nei confronti dell’Islam: alcuni di loro bevono birra e altri no; alcuni fanno sesso e altri no… ma in questo scenario che potremmo definire “punk-rock musulmano” tutti sono aperti e onesti riguardo le loro credenze e i loro dubbi. Aperti, liberi e… leggeri. Era esattamente ciò che volevo portare alla luce: un Islam in cui è possibile essere se stessi e sperimentare il proprio personalissimo modo di intendere il credo religioso. Paradossalmente questo libro ha facilitato il mio rapporto con l’Islam. Scriverlo mi ha fatto crescere come musulmano.

In Italia l’abbiamo facilmente tradotto con Islampunk, ma il titolo originale è etimologicamente più complesso: Taqwacore
Il termine taqwa indica la consapevolezza di Allah, l’essere coscienti della sua presenza. Può anche significare paura del dio: non certo il genere di paura che si prova di fronte a un’arma puntata contro, quanto piuttosto il meravigliato timore che insorge guardando il cielo stellato e scoprendo quanto siamo piccoli e impotenti di fronte ad esso. Può anche significare amore per il dio: sapere che siamo qui solo perché Allah ha voluto che fossimo qui: il tipo di trepidazione che si prova quando intuiamo che il divino è l’essenza ultima delle cose. Il suffisso core è invece notoriamente usato per indicare i vari generi punk: hardcore, emocore, grindcore… Ho preferito la parola taqwacore a islamcore perché credo che si possa avere questa taqwa, questa consapevolezza dell’Assoluto, senza necessariamente praticare una religione organizzata, senza necessariamente essere… portatori d’Islam.

Un po’ di leggenda mediatica. Si narra che le prime copie di Islampunk fossero dei fogli ciclostilati che tu stesso distribuivi gratuitamente. Poi è arrivato il clamore e la bizzarra offerta di distribuzione della Alternative Tentacles, la storica etichetta di punk californiano capitanata da Jello Biafra…
Tutto vero! Avevo il bagagliaio della macchina pieno di fotocopie e andavo in giro a distribuirle armato unicamente della mia buona volontà. All’inizio era proprio così! Poi la fortuna è girata e mi ha portato nell’orbita della Alternative Tentacles: sono stati loro a garantirmi la circolazione nell’ambito della scena punk. Infine è arrivato MuslimWakeUp, un sito web di musulmani progressisti che si sono dimostrati molto interessati al romanzo e mi hanno introdotto presso la comunità. Il libro ha cominciato a viaggiare e lo sta facendo ancora, a tutt’oggi non penso esista nulla di simile sul mercato editoriale. Ci sono moltissimi scrittori che tentano di dare voce al “nuovo Islam” o di creare una nuova riforma islamica, è vero, ma sono ancora troppo carini e timorosi. Suonano così noiosi, senza alcuna consistenza… A me invece premeva riempire questo vuoto, riempirlo con qualcosa di vivo e vero, qualcosa di non consolatorio, scioccante perfino… qualcosa che grondasse carne e sangue…

In Gran Bretagna il testo è stato censurato…
Opera di Andre Gaspard, l’editore inglese di Telegram Books, che temeva per la sua vita e per la sicurezza del suo staff. Mi hanno mandato una lista dei passaggi che volevano tagliare e abbiamo combattuto a lungo su questo. Comprendo le loro preoccupazioni, ma di fatto hanno tentato di castrare il romanzo, letteralmente di tagliargli via le palle: non volevano far comparire i brani in cui i protagonisti ragionano e polemizzano sul Profeta o sul Corano. Ma allora – mi chiedo io – di cosa stiamo davvero parlando in questo libro? Forse di musulmani che portano buffe acconciature e ascoltano pessima musica? L’editore aveva paura che i protagonisti esprimessero gli stessi dubbi in tema di religione che qualsiasi cristiano o ebreo non ha timore di mostrare. E dei quali nessuno ormai si stupisce più.

Islampunk è ambientato a Buffalo, una location a dir poco insolita…
Perché a Buffalo stavo vivendo nel momento in cui scrivevo il romanzo. In effetti lì non c’è una vera e propria scena islampunk, si è trattato piuttosto di un’elaborazione fantastica: scrivere di un’esperienza islamica alla quale potessi onestamente appartenere e in cui esprimere il mio modo di essere musulmano. Poi è successo davvero: il romanzo mi ha fatto venire in contatto con i vari – i veri – punk musulmani sparsi per il paese. A Boston, dopo aver letto il mio libro, alcuni ragazzi hanno dato vita alla band dei Kominas; e così in Texas: i Vote Hezbollah hanno tratto il loro nome da un gruppo di cui parlo nel romanzo. Ragazzi senza riferimenti che hanno cominciato a entrare in contatto tra di loro. E negli States e in Inghilterra si comincia a parlare di una scena taqwacore

L’alba di un nuovo movimento?
Di fatto era una scena che esisteva già, io ho solo fornito un nome. Ma non ragionerei in termini di movimento, non ancora perlomeno. Sono solo un gruppo di amici che si danno reciproco appoggio…

In un’intervista sottolineavi le similitudini tra certo conservatorismo islamico e la politica di Bush…
Il fondamentalismo islamico e quello cristiano sono assai simili, è questo il punto di intersezione: l’autoritarismo e l’esplicita misoginia. Ciò che è cambiato nel corso del tempo è che Bush si è alienato le simpatie della comunità islamica uccidendo troppi musulmani da una parte e dall’altra del mondo. Molti errori sono da ascrivere anche a noi islamici americani: ci siamo difesi come una minoranza a sé, respingendo la tutela dei diritti di ogni altra minoranza, salvo poi lamentarci quando le nostre libertà sono state violate…

Rabeya porta il burqa ma è anche una riot grrl
Rabeya odia la misoginia occidentale tanto quanto quella islamica e respinge con forza l’ipocrisia di entrambe le parti. Non so dire davvero cosa rappresenti, è un personaggio che non riesco a possedere completamente. Nel mio prossimo romanzo, Osama Van Halen, alla fine mi taglia la testa perché sono un “orientalista fallocentrico”. Ecco ciò che Rabeya significa per me: la più brutale e terribile sincerità con cui possa mai fare i conti. Se fosse vera, starei ben attento al terreno dove cammina. Di una così avrei meraviglia e paura.

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