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Le interviste di “Pulp Libri”

Intervista a Wu Ming
di Alessandro Bertante
“Pulp Libri”, n. 66, marzo/aprile 2007

Luther Blissett fu una grande novità nell’immaginario politico e culturale della seconda metà degli anni Novanta. Rappresentava l’anonimato, l’ubiquità, il gusto per la provocazione e per la truffa mediatica. Un ingegnoso inganno e una congiura, durante la dorata illusione della democrazia lib-lab, blairista ulivista clintoniana.
Luther Blissett era un fenomeno urgente e significativo, parecchio distante dalle miserie neo-consumistiche e dalla spensieratezza avant-pop molto in voga in quel periodo. Ricordo bene, alla fine del decennio, il grande interesse che suscitò l’uscita del romanzo Q, pubblicato dell’Einaudi e scritto dalla costola bolognese del nome collettivo. Nessuno si sarebbe mai aspettato un lavoro simile. Non dai famigerati Luther Blissett, visti in modo certo superficiale come un fenomeno legato alle nuove tecnologie, alla post-modernità. Un fenomeno comunque transitorio. Con il senno di poi, va detto che fummo tutti molto miopi.

Q infatti fu un lavoro di narrativa per certi versi sconvolgente. Un romanzo storico e una storia bellissima. Il romanzo della modernità, appunto. Della sua origine e delle sue pulsioni aurorali.
Ambientato durante il Cinquecento, secolo importantissimo e terribile, come il Novecento solcato da idee grandiose e moltitudini in lotta, Q descriveva le vicine di un anonimo eretico tedesco, ancora giovanissimo testimone della rivolta contadina guidata da Thomas Münster e poi protagonista di tutte gli episodi più importanti di quella fase storica in terra di Germania. In un confronto a distanza con un agente dell’inquisizione romana, il nostro uomo cambia più volte identità – memorabile il personaggio del capitano Gert dal pozzo, titanico difensore dell’assedio della città anabattista di Münster – sfuggendo alla morte e alla cattura decine di volte, sullo sfondo di guerre di religione, stermini, trame di potere, nonché alla nascita del capitalismo mercantile. Q fu un successo clamoroso ma soprattutto fu il primo romanzo italiano firmato da un gruppo di lavoro collettivo, quattro ragazzi bolognesi appunto. Quattro ragazzi che non si limitavano a compilare un capitolo a testa ma che accompagnavano collettivamente tutte le fasi dello sviluppo del romanzo, dalla documentazione, alla ricerca storica, alla scrittura vera e propria. Era nato una nuovo progetto e l’avventura dei Luther Blissett era destinata, come preannunciato qualche anno prima, ad esaurirsi. Nel gennaio 2000 i quattro ragazzi di Bologna fondano i Wu Ming, “nessun nome” dal cinese mandarino. A loro si aggiunge anche Riccardo Pedrini, che nei primi anni non partecipa al lavoro di scrittura collettiva ma firma come Wu Ming 5 i romanzi Havana Glam (Fanucci) e il recente Free karma food (Rizzoli).
Ma cosa è Wu Ming? Una bottega artigiana, un sodalizio letterario, un progetto culturale e politico. Se ne parla tanto, spesso a sproposito, e da subito nascono degli epigoni – con, almeno per adesso, poco incoraggianti risultati artistici. Il primo lavoro firmato Wu Ming è Asce di guerra, pubblicato da Marco Tropea e scritto con la collaborazione di Vitagliano Ravagli. Un libro inconsueto, incentrato sulla vicenda di un giovane comunista che durante il plumbeo clima politico italiano degli anni Cinquanta, decide di andare a combattere in Laos con le guerriglie comuniste, un decennio prima della guerra del Vietnam. Interrotta bruscamente la collaborazione con Tropea, i Wu Ming nel 2002 tornano con un nuovo, attesissimo, romanzo per Einaudi, 54. Qui il discorso prende echi pynchoniani, in una storia corale che, nell’orbita del fatidico anno 1954, coinvolge personaggi come Cary Grant, Lucky Luciano, il Maresciallo Tito, insieme a ex partigiani, agenti segreti, contrabbandieri e avventurieri di ogni risma. E se in Q era il capitalismo mercantile a essere evocato, in 54 sembra emergano i riflessi di una società dello spettacolo di debordiana memoria, non a caso teorizzata proprio in quegli anni. L’apparecchio televisivo, che ha un ruolo non indifferente nel romanzo, è più che un simbolo. Sembra quasi una minaccia. 54 confermò la forza del progetto Wu Ming, e la sua propensione nell’indagare il mito e le sue ripercussioni sull’immaginario popolare. Forti della solidità del proprio rapporto, i ragazzi bolognesi, oramai diventati giovani uomini, decidono di quindi di prendersi una lunga pausa, durante la quale concentrarsi su un nuovo grande progetto narrativo. Pausa relativa, perché fra il 2002 e il 2005 escono il saggio Giap e i lavori solisti di Wu Ming 2, Guerra agli umani e di Wu Ming 1, New Thing, tutti per Einaudi. E si consolida la comunità di lettori riunita dalla newseletter “Giap”, che oramai raggiunge quasi 10.000 iscritti.
Ora, trascorsi cinque anni da 54, i Wu Ming tornano con un nuovo grande e ambizioso romanzo, Manituana, che per la prima volta vede anche Wu Ming 5 partecipe della scrittura collettiva. Stati Uniti 1775, la guerra franco-inglese sta concludendosi con la vittoria di questi ultimi, alleati alle Sei Nazioni irochesi. Nell’entroterra montuoso dello stato di New York, fino al territorio dei Grandi Laghi, gli indigeni americani convivono con i coloni di origine inglese scozzese, tedesca e irlandese, in una società mista dedita all’agricoltura, alla caccia e al commercio di pellicce. La frenetica attività mercantile delle città affacciate sul mare – Boston, New York, Philadelpia – sembra molto lontana e culturalmente antitetica. Ma la convivenza è destinata ad avere vita breve. I coloni sono infatti affamati di terra, e gli unici a possederla sono gli indiani. Indiani che già nelle prime fasi della Guerra d’Indipendenza americana decidono di schierarsi con gli inglesi, in nome dell’antica alleanza e intimoriti dall’avidità dei nuovi coloni. Ma la decisione di dissotterrare il tomahwak dividerà la nazione irochese, ponendo fine alla confederazione e alla coesistenza pacifica con gli europei.
Manituana è l’affresco di un’epoca. Un affresco impeccabile e storicamente documentato, nel quale convivono personaggi realmente esistiti, come il proprietario terriero di origine irlandese Sir William Johnson, Sovrintendente agli Affari Indiani per la corona inglese, e il capo dei Mohawk Joseph Brant, più noto come Thayendanegea, che fu persino ricevuto dal re di Inghilterra, e altri frutto di invenzione, dei quali il più affascinante è senz’altro il profondo e tormentato Philip Lacroix, “le Grand Diable”. Un affresco nel quale emerge forte l’aggressività dell’Occidente, la spinta propulsiva dei popoli europei. La nazione irochese non può fare altro che assistere alla propria fine. Caduti loro ci sarà la frontiera, la conquista del West: violenta, assassina, quanto inarrestabile. E in Manituana si possono scorgere i primi inequivocabili sintomi di questa grande corsa che distruggerà completamente la nazione indiana e darà vita alla potenza imperialista degli Stati Uniti d’America. Ma i Wu Ming, come loro abitudine, preferiscono focalizzare l’attenzione sull’origine, quando le cose cambiano e la storia si muove davvero. Il resto è letteratura. Di grande respiro epico.

Come e quando nasce l’idea di scrivere Manituana?
WM1: Dopo 54, per qualche tempo ci siamo baloccati con l’idea di scrivere una saga ucronica. Si sarebbe svolta a fine Ottocento, ma in un continuum temporale dove gli USA non esistevano e la costa est del Nordamerica era ancora parte dell’impero britannico. Più di cent’anni prima, le Sei Nazioni irochesi si erano schierate all’unanimità con re Giorgio, e avevano aiutato il suo esercito a schiacciare la ribellione di Washington e compagnia. La frontiera era rimasta sui Monti Appalachi, non c’era stata colonizzazione dell’Ovest se non da parte degli spagnoli. Poi abbiamo pensato: nei romanzi collettivi ci siamo sempre concentrati sul momento che precede la biforcazione creata dal “what if”, siamo sempre rimasti in bilico sull’ucronia senza mai praticarla. Ci siamo occupati di periodi in cui molte opzioni erano possibili e sarebbe bastato poco per cambiare la storia a venire. Quindi, perché non ambientare il romanzo – e la saga di cui è parte – direttamente nel vivo della guerra d’indipendenza, trattando quest’ultima come se l’esito non fosse scontato e non sapessimo come andrà a finire? All’inizio avevamo tre storie, tre sottotrame che si incrociavano, ma erano tutte talmente estese e piene di roba che abbiamo deciso di farne tre romanzi separati.
WM2: Oltretutto, ci siamo resi conto che la storia della Rivoluzione Americana era già un’ucronia. Rispetto alla storia che ci hanno sempre raccontato, almeno qua in Italia, come definire altrimenti un baronetto irlandese che va in battaglia pitturato come un guerriero e una matrona irochese che offre il té agli ospiti con un servizio di porcellana cinese?

Il romanzo è molto vasto e la ricerca storica davvero approfondita. Come avete organizzato il lavoro di documentazione?
WM1: Biblioteche, film e Amazon. Decine di saggi ordinati su Amazon, come tutte le volte. Centinaia di euro investiti nella ricerca. Per i prossimi romanzi potremmo compilare direttamente una “wishlist” e chiedere ai lettori di regalarci i libri. Se cinquanta lettori ci regalano un libro a testa, abbiamo risolto il problema della documentazione. A dire il vero c’è stato anche il viaggio di uno di noi da New York al Québec, con tanto di passaggio (rapido) alla riserva mohawk di Akwesasne. Ma è stato nel 2001, quando nessuno di noi aveva in mente di raccontare una storia lungo lo stesso tragitto.
WM2: Più che mai si è trattato di work in progress. Il materiale era talmente vasto che non si poteva concludere la ricerca una volta per tutte e soltanto a quel punto cominciare a scrivere. Nella primissima scaletta, e nei primi capitoli scritti, tutto il viaggio che costituisce la prima parte del romanzo era completamente assente. Per questo pensavamo di poter intrecciare insieme tre filoni narrativi. Quando abbiamo capito di aver messo le mani su una storia così potente, le tre sottotrame sono andate a farsi benedire – o meglio, si sono trasformate in una trilogia.

In questi anni di collaborazione è cambiato l’approccio dei Wu Ming alla costruzione dei romanzi collettivi?
WM1: Cambia tutte le volte, il metodo subisce sempre variazioni. Il lavoro su Manituana è stato peculiare, perché per la prima volta scrivevamo in cinque. Quando è nato il collettivo e siamo passati da quattro a cinque membri, il lavoro su 54 era già cominciato, quindi Wu Ming 5 vi partecipò dall’esterno, soprattutto con consulenze sulla cultura popolare bolognese. Di fatto, Manituana è il primo nostro romanzo scritto in cinque. L’apporto di WM5 è stato fondamentale, ha certamente contribuito alla “piega” mistica e sciamanica del romanzo.

In Manituana mi sembra abbiate optato per uno stile più realistico, che si concretizza in una straordinaria verosimiglianza dei dialoghi. Realismo che si sposa a un grande respiro epico. Vi sono molti grandi personaggi nel romanzo, ma su tutti spicca la figura di Joseph Brant, il leggendario Thayendanegea, capo degli irochesi, realmente esistito come molti altri protagonisti. Dove finisce la ricerca storica e dove comincia la finzione letteraria?
WM2: Finora ci eravamo abituati a lavorare con fonti incomplete. In Q, c’è la pagina strappata del Costituto Manelfi, sul cui contenuto gli storici si interrogano tutt’oggi. In Asce di guerra c’è il racconto di Vitaliano Ravagli, unico superstite di una minuscola brigata internazionale nella “sporca guerra” del Laos. In 54 c’è il periodo depressivo di Cary Grant, sei mesi che nessun biografo ha saputo illuminare. Sono buchi che possono ossessionare lo storico, ma per un narratore sono manna dal cielo. Puoi riempirli come vuoi, basta che sia verosimile. Nella Rivoluzione Americana non ci sono buchi del genere: è tutto mappato in scala 1:1. C’è una quantità esorbitante di fonti primarie consultabili on-line, senza barriere: diari d’epoca, documenti, dispacci. Poi ci sono gli studi dei reenactors, quelli che hanno il pallino di rappresentare i grandi eventi della storia americana. Elmore Leonard li descrive molto bene in Tishomingo Blues: gente capace di toglierti il saluto se sotto il costume dei Butler’s Rangers ti sei messo i boxer invece dei mutandoni al ginocchio. Con un materiale del genere è molto facile lasciarsi ossessionare: se vuoi, puoi ricostruire se il bosco intorno a Fort Stanwix era di larici o di querce. Devi tenere sempre a mente che stai scrivendo una storia, che devi essere verosimile, ricostruire un ambiente, ma anche forzare, concederti licenze senza stravolgere i fatti. Altrimenti il tuo intervento narrativo si riduce a poca cosa. Per fortuna, due dei protagonisti principali sono personaggi del tutto fittizi, che ci hanno aiutato a lasciarci andare quando ce n’era bisogno.

A confronto dei vostri precedenti romanzi Manituana, nonostante la complessità della storia e i molti personaggi, segue un percorso più lineare. Una scelta estetica?
WM2: Nella stesura dei primi capitoli abbiamo fatto un esperimento di scrittura col tipico narratore onnisciente dei romanzi settecenteschi. Il risultato era buono, ma rischiava di diventare stucchevole sulla lunga distanza. Allora abbiamo deciso di intraprendere una strada più estrema: un romanzo storico a struttura “classica”, raccontato però da una dozzina di punti di vista diversi, sempre molto vicini alla “testa” dei personaggi. Salvo due o tre capitoli, la telecamera è sempre a spalla, nel cuore degli eventi. In Q c’erano le lettere a offrire una vista panoramica, in Asce di Guerra dei veri e propri capitoli storici, in 54 il bar Aurora svolgeva una funzione simile, supportato dai titoli di giornale. In Manituana non c’è niente di tutto questo. Siamo sempre convinti che si debba “sperimentare” con l’intreccio narrativo, oltre che con la lingua. Negli altri romanzi questo aspetto salta agli occhi. Oggi pensiamo che le migliori arditezze siano quelle che non si vedono.

Il contesto storico è certo molto affascinante: stupisce la vita comunitaria dei primi coloni insieme agli indiani irochesi, un esempio di convivenza e contaminazione culturale.
WM4. Quando pensiamo agli indiani d’America ci vengono in mente branchi di cavalli selvaggi, cacce al bisonte su immense praterie, soldati blu che distruggono villaggi di tepee in nome del progresso e della ferrovia. Siamo tutti troppo influenzati dall’immaginario creato dal cinema western per ricordarci che non ci sarebbe mai stata una “conquista del West” senza una conquista dell’Est. Prima che lo scontro di civiltà sfociasse nello sterminio sistematico di un intero popolo, la civiltà dei bianchi e quella indiana si erano influenzate a vicenda per almeno un paio di secoli e avevano creato l’embrione di una terza cultura, quella euro-amerinda. Basti pensare che quando Benjamin Franklin dovette immaginare una forma costituzionale per le colonie americane si ispirò alla costituzione delle Sei Nazioni irochesi.

Nei territori occupati dalle Sei Nazioni irochesi sembra quasi che l’uomo viva in simbiosi con la natura e che il suo ruolo si riduca a quello di predatore dominante.
WM1: Scommetto che a questa vuole rispondere Wu Ming 5…
WM5: È più complesso di così. In termini di suggestione può sembrare che in certi passaggi abbiamo aderito a questa visione – la retorica del grande paese selvaggio si prestava a fornire scenari adeguati alla narrazione. Ma l’idea del selvaggio come superpredatore corrisponde alla visione dei primi viaggiatori bianchi nei territori abitati dagli indiani: è una visione culturale falsante, che serviva a consentire e rendere legittimo l’esproprio e la “messa in opera” del territorio in termini consoni alla visione europea del mondo, e nel romanzo critichiamo questa visione. Il territorio delle Sei Nazioni era antropizzato, non era propriamente un territorio selvaggio. Gli Irochesi non erano nomadi, la loro era una società protostatale e l’agricoltura era ancora, all’epoca dei fatti che narriamo, l’attività economica principale di quell’area.

A un certo punto del romanzo vi è la descrizione della Londra di fine Settecento. Metropoli modernissima con già presenti i sintomi di quella che sarà l’urbanizzazione industriale.
WM4: Non ci sono dubbi che la Londra del XVIII secolo sia il prototipo di ogni metropoli moderna, nel bene e nel male. Però noi abbiamo sottolineato ed esaltato alcune caratteristiche, schiacciando o impennando l’orizzonte urbano dell’epoca. Abbiamo immaginato Londra come una specie di Gotham City, dove si muovessero personaggi tanto bizzarri quanto moderni. Anche in questo caso riecheggia l’ucronia da cui eravamo partiti in origine. Sostituendo le prime due cifre alla data e trasformando il 1776 in 1976, per le strade di Soho avremmo potuto ritrovare curiosi figuri, con acconciature indiane e le facce pittate, che manifestavano fin dall’abbigliamento la loro alterità rispetto all’ordinata società britannica. In fondo è una pura casualità “dinastica” che Johnny Rotten cantasse “God save the Queen”, anziché “…the king”.

E proprio a nella trasferta londinese descrivete alcuni episodi particolarmente significativi: come l’udienza reale della delegazione indiana e le vicende della gang di fuorilegge che scimmiottava gli indiani. Che significato hanno nello sviluppo del romanzo?
WM2: L’ambientazione londinese serve a mostrare il cuore marcio dell’impero. Senza quella, si poteva pensare che ci fossimo bevuti il cervello e che i “buoni” del romanzo fossero gli inglesi. La visita a Londra è il motore di tutte le scelte che si consumano nella terza parte, fino alla fine del romanzo. Quanto ai delinquenti del “Mohock Club”, sono ispirati a una vera congrega di esaltati, che terrorizzò le strade di Londra nel 1712, con una sorta di guerriglia “mediatica”. Ne parla anche Jonathan Swift nel Journal to Stella e sul sito manituana.com si può scaricare un racconto “parallello” che narra quelle vicende con tutti i riferimenti letterari del caso. Nell’economia del romanzo, il Mohock Club ha un’importanza centrale: basti pensare che nei suoi scritti deliranti è suggerita una delle chiavi di lettura dell’intera vicenda.

In questo specifico contesto c’è un evidente cambiamento di cifra stilistica riferita alla banda dei finti irochesi. Secondo me inventate un linguaggio. Come mai questa scelta?
WM2: Cerchiamo di essere sempre molto attenti alle voci dei nostri personaggi. Nel Settecento l’inglese non aveva una pronuncia standard, anche tra parlanti della stessa classe sociale e della stessa città non era scontato che ci si riuscisse a capire. Tra classi sociali diverse, o tra le due sponde dell’Atlantico, l’effetto babele era assicurato. Volevamo rendere questo effetto e siccome i capitoli del Mohock Club sono scritti dal punto di vista del capo banda, non ci siamo limitati a intervenire solo sui dialoghi. La direzione giusta ce l’ha indicata Bruce Alexander, autore di gialli ambientati nella Londra di fine Settecento, con protagonista il giudice Fielding, (fratello del Fielding che scrisse Tom Jones). La lingua ce la siamo inventata partendo da quella che Floriana Bossi ha usato per tradurre Arancia Meccanica di Anthony Burgess.
WM1: Nel libro non una sillaba è messa senza pensarci dieci volte. La cura maniacale per il linguaggio si è spinta fino a discussioni di mezz’ora su tenere o meno una particella pronominale. Però questo lavoro non deve dare sfoggio di sé, anzi, deve essere discreto, stare “schiscio”, mettersi al servizio della narrazione. Noi citiamo sempre un’immagine di Paco Taibo, quella della sperimentazione – anche linguistica – come “cucitura invisibile”. Dopo aver lavorato sull’alchimia della lingua, occorre uno sforzo altrettanto immane per dissimulare quel lavoro.

Nel trailer del romanzo, riferendosi all’ambientazione storica, a un certo punto la voce narrante dice: “Quando tutto era ancora possibile”. Cosa era possibile secondo voi?
WM4: Proviamo a riformulare la domanda in un altro modo: cosa sarebbe successo se i ribelli americani non avessero cacciato il re, abolito l’aristocrazia, e non avessero fondato una repubblica? Con i “se” e con i “ma” la storia non si fa, dice la massima. Eppure un “se” concreto sta proprio lì a due passi, sull’altra sponda di quei Grandi Laghi che sono scenario del nostro romanzo. È il Canada. Nel 1775 i ribelli americani non sono riusciti a esportavi la rivoluzione e così il Canada non è entrato a far parte della federazione dei “liberi e dei coraggiosi”. D’altro canto in questo modo non ha nemmeno vissuto una sanguinosa guerra civile per abolire la schiavitù, tanto meno è diventato la potenza imperiale più pericolosa e incontrollabile del pianeta, con dieci milioni di cittadini nullatenenti e cinquantamila morti all’anno per arma da fuoco. In compenso oggi il Canada ha un governatore generale donna di origini afro-americane. Un bel paradosso, non c’è che dire, un bel “what if” su cui interrogarsi.
WM1: In Bowling For Columbine Michael Moore si interroga proprio su questo e decide di fare un esperimento: superato il confine, entra nella prima cittadina canadese, prova la maniglia di una porta, vede che non è chiusa a chiave, si affaccia dalla strada e saluta il padrone di casa. Fa per congedarsi, è già di spalle, ma si rende conto di una cosa. Si gira e rivolge al tizio un’ultima frase: “Grazie per non avermi sparato!”

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