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Le interviste di “Pulp Libri”

Intervista a Gautam Malkani
di Fabio Zucchella
“Pulp libri”, n. 68, luglio/agosto 2007

Seppur condannato a ripetere il successo di Zadie Smith e Monica Ali (fenomeni editoriali da un milione di copie cadauna, almeno in Inghilterra…) il romanzo d’esordio del trentunenne Malkani è senza dubbio un interessante tassello narrativo del mosaico multiculturale British contemporaneo.
Londostani (da poco uscito per Guanda) ci racconta la periferia londinese di Hounslow, vicino all’aeroporto di Heathrow, e la nuova subcultura desi dei figli degli immigrati dal continente indiano. Sullo sfondo di tematiche tutto sommato tradizionali, per questo tipo di romanzi – matrimoni contrastati, tensioni etnico-religiose – Gautam Malkani fa parlare in prima persona Jas, fragile nerd “adottato” da un gruppetto di aspiranti gangster, rudeboys guidati dal carismatico Hardjit, tutti immischiati in un florido giro di cellulari rubati e riprogrammati. Proprio l’impasto linguistico – uno slang stradaiolo ed “etnico” con la struttura ortografica dei messaggi sms, ben tradotto da Massimo Bocchiola – ci restituisce al meglio il comico machismo di questi adolescenti, le piccole e grandi contraddizioni vissute all’ombra della convivenza fra tradizioni e neo-yuppismo suburbano. Fino all’ironico colpo di scena finale, con cui Malkani spiazza tutte le aspettative del lettore proprio alla penultima pagina del romanzo.

So che Londostani si basa sugli studi sociologici per la tua tesi di laurea. Come mai hai scelto la forma del romanzo, invece del saggio?
Perché credo che il romanzo mantenga tuttora una grande rilevanza culturale, e che, tranne forse ad eccezione del teatro, sia l’unica modalità espressiva che ti consente di entrare nella pelle di un’altra persona e di sviluppare una genuina forma di empatia. Ho scelto quindi di rielaborare Londostani come un romanzo, invece che un’opera accademica di antropologia, perché volevo confrontarmi direttamente con il genere di persone che avevo studiato e che stavo descrivendo – persone che abitualmente non leggono narrativa. Pensavo di avere cose molto interessanti da dire, e che sarebbe stato un peccato se fossero rimaste circoscritte unicamente a un pubblico di lettori accademici. Naturalmente la gioventù urbana non legge i romanzi, ma se non altro la narrativa può essere elaborata come una forma di entertainment e un mezzo educativo. Ogni volta che parlo di questa questione con i miei amici e la mia famiglia, loro mi dicono che non leggono romanzi perché non li considerano una forma di entertaiment. Io penso sia importante che i libri entrino in competizione non soltanto con i quotidiani e le riviste, ma anche con la Playstation e i giochi della Nintendo. Quindi ho scritto Londostani sfruttando la possibilità dell’introspezione, dei colpi di scena narrativi – tutte cose che si possono fare come si deve soltanto in un romanzo. E poi, mentre scrivevo Londostani io lavoravo anche al “Financial Times”, e francamente sarebbe stato difficile trovare motivazioni per tornare a casa e scrivere un saggio accademico serio. È stato molto, molto più divertente scrivere un romanzo.

Ma che tipo di accoglienza ha avuto il libro tra i rudeboys?
Be’, sono persone che abitualmente non bazzicano librerie, o che leggono quotidiani e riviste, quindi bisogna fare un grosso sforzo per arrivare a loro. Tuttavia le reazioni state davvero positive, migliori di quanto sperassi. Abbiamo portato Londostani in giro per le scuole, i college, ma anche nelle discoteche e nei bar, e sono sorti gruppi di lettura molto nutriti, con un grosso seguito anche in rete, su MySpace. Sia il “Times” che la Bbc, a titolo sperimentale, hanno portato il romanzo proprio tra i rudeboys di Hounslow, e in entrambi i casi il responso è stato molto positivo. E questo prova una cosa: che i rudeboys non sono semplicemente dei teppisti, ma ragazzi molto attenti, intelligenti e istruiti. Solo che cercano di non darlo a vedere per apparire dei duri…

Lo stile di vita di questi rudeboys è all’insegna di un consumismo esibito – auto sportive, abiti firmati, cellulari ultimo modello. Questa “Bling-Bling economy”, come viene teorizzata da un personaggio del romanzo come Sanjay, è il nuovo yuppismo dell’era Blair?
Negli anni Ottanta lo yuppismo aveva come un marchio di infamia. Al di fuori del mondo finanziario, non era affatto cool essere uno yuppie. Non dobbiamo dimenticarci che all’epoca le culture giovanili dominanti – la scena dei rave, il punk e il post-punk, i dark, perfino i New Romantic – erano tutte contro la società dei consumi mainstream. E questa è una tendenza che da sempre è stata comune alla cultura giovanile, sia inglese che americana, a partire dai beatnik e dagli hippy in poi. Ma la cultura urbana di oggi, di cui sono parte integrante forme musicali come l’hip hop, l’R&B e il desi beat che ascoltano i ragazzi di Londostani, è il primo grande movimento giovanile a celebrare il consumismo capitalistico, invece di sfidarlo. Quindi quel marchio negativo oggi non esiste più, e la gente non si vergogna più a ostentare la ricchezza. Immagino sia questa la differenza tra il vecchio yuppismo anni Ottanta e questa nuova forma contemporanea di ipermaterialismo.

Parlami del concetto di desi. So che letteralmente significa “indigeno”, “compatriota”…
Sì, e si riferisce alla diaspora indiana, ma ha un significato più ampio di termini come “indiano”, “pachistano”, oppure “indù”, “sikh” o “musulmano”… Tra l’altro, la parola “desi” è entrata da un paio di anni nell’Oxford Dictionary of English… Viene usato come alternativa consapevole a “paki”, che ha una connotazione razzista e negativa. Desi può essere considerato l’equivalente di “latino” per gli ispano-americani. Si riferisce in senso generale più a una subcultura urbana, che non a un’etnia rigidamente definita.

Ma la cultura desi può essere considerata “inglese”?
No, ma credo sia giusto dire che l’Inghilterra abbia contribuito in maniera decisiva alla sua nascita. Certamente la scena musicale del desi beat, che fonde l’hip-hop, il bhangra e l’R&B, è nata a Hounslow e nella parte centrale delle Midlands inglesi.

Hardjit e i suoi amici sono contro l’assimilazione culturale, odiano le “noci di cocco” che si sono integrate. Paiono maggiormente interessati ad affermare la loro mascolinità…
Con Londostani io volevo dimostrare che talvolta l’identità etnica è semplicemente un surrogato che in realtà serve per la ri-affermazione della mascolinità. Hardjit e i suoi amici – e molte delle persone che ho intervistato durante la stesura della mia tesi – non hanno alle spalle esperienze di discriminazione razziale o di privazioni economiche. Quindi la ragione per cui affermano in modo così duro la loro appartenenza etnica sono molto più complesse. Ho cercato di studiare qualche teoria sulla iper-mascolinità di questi ragazzi, il modo in cui essa si forma in opposizione alle madri, dominatrici e dispotiche, invece che in relazione ai padri, emotivamente distaccati. Invece di essere uomini come i padri, loro cercano di essere più “virili” delle madri, per cui esagerano e si servono di qualunque cosa possa servire a riaffermare la loro mascolinità. E così, mentre alcuni gruppi giovanili trovano una valvola di sfogo nei gruppi di hooligans del calcio, loro si coagulano attorno all’identità etnica.

Il linguaggio è uno dei punti-chiave di Londostani. Il patois che usi è reale oppure inventato?
Ovviamente è impossibile catturare una forma stabile di slang, perché cambia in continuazione. Ho impiegato circa quattro anni a scrivere il romanzo, dopo le mie ricerche per la laurea, e in quel periodo le parole e le frasi si affermavano nell’uso comune e poi sparivano nel giro di un paio di settimane. Per cui ho cercato volutamente di usare soltanto quelle che hanno in un certo modo superato la prova del tempo, in tre periodi distinti: i primi anni Novanta, quando a scuola sentivo quel tipo di linguaggio ogni giorno; la fine degli anni Novanta, durante la stesura della tesi, mentre intervistavo e registravo i ragazzi; e infine il linguaggio che sento oggigiorno. Quindi non si tratta di una forma vernacolare specifica. Spero, avendo selezionato quelle forme linguistiche slang che sono rimaste costanti, di aver creato una versione artificialmente atemporale di un vero patois.

In Inghilterra c’è una forte polemica sulla questione dell’autenticità letteraria di scrittori come te o Monica Ali. Che ne pensi?
Che sia totalmente assurdo. Innanzitutto, gli scrittori bianchi non devono mai superare alcun “test di autenticità”. I critici non hanno mai chiesto a Thomas Harris se avesse ucciso e mangiato le persone, per essere qualificato a scrivere Il silenzio degli innocenti. Poi perché l’assunto implicito in una questione simile è che l’unica esperienza etnica “autentica” è quella che fa riferimento alla povertà. Per cui sono stato giudicato “non autentico” per il semplice fatto di aver studiato a Cambridge e lavorare al “Financial Times”. Ma tutto ciò non tiene assolutamente conto del fatto che io sono cresciuto a Hounslow e che sono andato a una scuola esattamente come quella frequentata dai miei personaggi. E soprattutto ignora il fatto che i personaggi di Londostani fingono di appartenere al ghetto, mentre in realtà provengono da famiglie più o meno agiate… Quindi, dal momento che le vite dei personaggi sono tutte all’impronta dell’inautenticità, chissà perché io devo necessariamente essere “autentico”. È tutto talmente assurdo da essere soltanto divertente…

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