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Intervista a Giancarlo De Cataldo

Intervista a Giancarlo De Cataldo
di Fabio Zucchella
“Pulp libri”, n. 68, luglio/agosto 2007

Nel 2002 la pubblicazione di Romanzo criminale rappresentò un vero e proprio punto di svolta per la narrativa di genere in Italia, travolgendo gli intirizziti custodi dello pseudo-Parnaso nostrano con la forza di una narrazione epica e popolare, in cui le vicende malavitose della banda della Magliana si incrociavano con gli avvenimenti di uno dei periodi più drammatici della recente storia repubblicana: il sequestro Moro, il terrorismo rosso e nero, i servizi segreti deviati.
A cinque anni di distanza, il cinquantunenne scrittore-giudice tarantino torna in libreria con il suo quarto romanzo, Nelle mani giuste (come tutti i precedenti, compresi Nero come il cuore dell’89 e Teneri assassini del 2000, per Einaudi). E il suo sguardo si sposta su episodi ancor più vicini a noi, circoscrivendo la trama a un anno caotico e cruciale: dall’autunno ‘92 al dicembre ‘93, durante il terremoto provocato dal referendum sulla legge elettorale, dall’inchiesta di Mani Pulite e dalle stragi mafiose, quando sfruttando l’horror vacui della politica “la Storia avrebbe consegnato l’Italia nelle mani giuste”.
Nell’avvertenza iniziale De Cataldo ci avverte che “questo romanzo non tradisce la Storia, la interpreta rappresentando eventi reali sotto il segno della Metafora”: Nelle mani giuste non è il seguito di Romanzo criminale, anche se ritroviamo due tra i protagonisti del precedente libro – l’ex-sbirro Scialoja, che ora ha preso il posto del Vecchio alla guida dei Servizi, assieme a Patrizia, la ex-prostituta – e soprattutto riscopriamo la secchezza amaradi un realismo capace di raccontarci i destini individuali di personaggi che sembrano persi nel labirinto della Storia, insieme vittime e protagonisti attivi di un gioco in cui il Potere obbedisce soltanto alle regole della convenienza.

In giro c’è parecchia gente quasi risentita per il fatto che voi scrittori di noir vi siete arrogati l’esclusiva di una presa letteraria sulla realtà contemporanea. Se poi capita che qualche vostro romanzo diventa anche un successo da classifica, allora apriti cielo…
Intanto diciamo subito che Nelle mani giuste non è un noir, non è un giallo, non è neanche un thriller, non c’è da scoprire un assassino, non mi pare che vi siano riflessi del “genere”… Tra l’altro, io personalmente sono favorevolissimo al meticciato dei generi. Cosa che peraltro già c’era in Romanzo criminale, e che qui viene ancor più accentuata. Il fatto è che di solito per “noir” si intende un poliziotto tormentato, una banda di malavitosi, una mignotta, una serie di delitti e qualche psicopatico, nonché la corruzione generale della società che fa da sfondo alla vicenda. Intendiamoci, sono tutti elementi del noir – come pure dell’Italia di oggi – ma non fanno letteratura se non sono nelle mani giuste – senza voler fare battute presuntuose… Scherzi a parte, è stata coniata la formula di “noir italiano”, che magari è anche conveniente dal punto di vista commerciale, mercantile, ma che in realtà ha dentro tutto e il contrario di tutto. Nelle mani giuste ha un impianto ottocentesco, il nucleo centrale è il rapporto tra le passioni degli individui e la passione del tempo, cioè quello che passa nel tempo e come ciò si riflette sugli individui e li influenza. E sostanzialmente è la stessa formula di Romanzo criminale. Dopodiché, insomma, si occupano degli spazi: c’era, credo, una forte voglia di leggere storie sull’Italia di oggi – e anche di ieri – e noi scrittori di genere abbiamo occupato questo spazio. Comunque, guarda che non c’è mai stata nessuna pretesa di esclusività nel raccontare la realtà di oggi. Forse, invece, c’è stata – o c’è – per il letterato di professione o per la critica più tradizionalista, un po’ come una sindrome da assedio. Pensa solo alle reazioni su Gomorra di Saviano: la letteratura deve raccontare la verità o no? Ma insomma, Ohran Pamuk cosa ci racconta? La storia travagliata della sua Turchia. Non parla forse degli omicidi politici, delle misteriose scomparse? Ogni scrittore racconta sempre la realtà, a volte trasfigurandola, a volte accentuando i toni della metafora, oppure accentrando l’attenzione su una certa classe sociale invece che su un’altra…

L’accusa che vi viene rivolta è duplice: da una parte, come dicevo prima, questo arrogarsi un’esclusività espressiva sul reale contemporaneo – dall’altra si sostiene: questo realismo thrillerista è letterariamente povero. Successo di vendite uguale scadente qualità di scrittura…
Mah, che vuoi che ti dica… Scusa, ma il rapporto tra arte e industria non è sempre stato centrale ai fini della produzione artistica? Ma scrittori come Balzac o Dickens non erano dei grandi scrittori popolari? Direi che il punto non è tanto il successo, ma quanto si possa essere popolari – e, perché no, anche avvicinare la gente alla lettura – quanto sia legittimo scrivere per tutti e non soltanto per una minoranza, una élite colta. Il velo di polvere sul Maestro lo vogliamo togliere o no?

C’è uno studioso americano di narrativa di genere, Woody Haut, che sostiene che per comprendere una cultura è necesssario investigarne in crimini…
E questa è un’angolatura balzacchiana e anche marxista, nel senso che Marx e Lenin furono profondamente influenzati da una legge coniata da Balzac nelle Illusioni perdute: la genesi del male sta sempre nella passione o nell’oro. E il male, senza essere gnostici o manichei, è il cinquanta per cento della nostra esistenza, ci invade, è metà della nostra vita. Per conoscere e comprendere il costume di un tempo bisogna riferirsi alle sue proprie pratiche diffuse, ai prodotti che vengono consumati con maggiore interesse. Uno dei miei maestri fu il professor Petronio, vecchio critico letterario, dichiaratamente marxista. Il suo manuale di storia della letteratura italiana aveva come sottotitolo “L’attività letteraria in Italia”. Esistono le accademie, le scuole, una circolazione del pensiero all’interno delle élite, e poi esiste la diffusione di massa. Negli anni Trenta, mentre noi siamo convinti che il segno della cultura italiana sia stato dato da gente come Bontempelli, in realtà veniva impresso da Guido da Verona, Pitigrilli eccetera. Quindi tutto il discorso tra letteratura alta e letteratura bassa è quanto meno arbitrario, e soprattutto lo è questa ostilità nei confronti della circolazione popolare non solo di libri e romanzi e film, ma anche delle idee che essi veicolano. E in questo se vuoi c’è una trasversalità destra/sinistra: il genere deve intrattenerci, dilettare, il grande romanzo ci deve inquietare. E quali spiriti possono essere inquietati e colpiti se non gli spiriti nobili? Il popolo deve essere dilettato, e gli scrittori che scrivono letteratura di diletto possibilmente non prendano la parola per parlare d’altro. Guai, poi, se ci sono scrittori che hanno altri mestieri – Carofiglio e De Cataldo che fanno i magistrati e via dicendo – perché allora inevitabilmente la domanda sarà: ma perché un magistrato scrive? Ma come fa un magistrato a scrivere? Eccetera eccetera. Perché a quanto pare la scrittura è preclusa a chi non è allevato in un’accademia di scrittori. Pensa soltanto all’approdo nel salotto buono di due autori come Simenon e Dick: in Italia debbono passare decenni, prima che accada questo tipo di cooptazione nelle alte sfere. Ma d’altra parte l’aveva scritto lucidamente Gramsci in Letteratura e vita nazionale: la nostra è una cultura di professori di liceo, una cultura nata e autoalimentatasi intorno a quel tipo di circuiti. Beppe Fenoglio, che oggi noi consideriamo il più grande scrittore della Resistenza, il meno retorico nonché il più aspro, e gli riconosciamo la qualità di una scrittura cinematografica, quando venne pubblicato nei “Gettoni” einaudiani Vittorini lo omaggiò di una quarta di copertina quasi calunniosa, dicendo praticamente che lui pubblicava quel libro perché gliel’aveva imposto Calvino, ma che Fenoglio non era uno scrittore perché scriveva come uno sceneggiatore, e questo era un male per la letteratura eccetera eccetera…

Allora hai fatto anche tu come Ellroy: sei diventato un romanziere storico?
Sì, sì. Certo. Ma sono prove di scrittura, no? Nella Commedia umana Balzac ha scritto decine e decine di romanzi e racconti più o meno lunghi, tutti storici, dei quali una buona metà o tre quarti erano spin off di opere centrali, e almeno un terzo di questi ruotano intorno a delitti, a vicende nere – pensa a Splendore e miserie delle cortigiane, pensa a Gli Sciuani… La Storia è fortemente intrecciata al crimine, il segno viene dato dal punto di vista che tu prendi. Se vogliamo fare una critica al cosidetto noir italiano, il pericolo è quello della maniera, del ripetersi, dell’usare quella formula di cui ti parlavo prima: il poliziotto inquieto più la prostituta più la corruzione più lo psicopatico eccetera…

In Romanzo criminale i personaggi della banda cercavano l’azione, mentre invece in questo tuo nuovo libro il fulcro attorno a cui ruota un po’ tutto è quello della convenienza…
Verissimo. In Romanzo criminale c’era un vitalismo ribaldo e anarcoide direi quasi generazionale, quasi un prolungamento del Sessantotto, come se quei ragazzi inscenassero una sorta di parricidio. In Nelle mani giuste descrivo un momento di passaggio, una stagione di crisi: nel 1992/1993 si sono bruscamente disvelati dei giochi, si è smesso di fingere, e allora i personaggi che agiscono nel romanzo hanno le stesse difficoltà che avevo io in quel periodo – ovvero, brutalmente: non si capiva un cazzo. E anche adesso non possiamo dire di aver capito molto di quello che è successo in quel periodo. C’è stata una concordanza di interessi tra mafia e Stato in nome della convenienza, e ciò affiora in Nelle mani giuste. Rispetto a Romanzo criminale tutti i personaggi sono più deboli, intimamente più deboli, più snervati, sono tutti come orfani. Tranne le donne, che hanno questa forza, questa carica erotica anche, che porta verso la vita. Certo, chi si aspetta un libro della stessa potenza anche anarchica di Romanzo criminale sappia che non è così. Nelle mani giuste è un libro in cui ho voluto descrivere l’entropia dell’assalto al potere.

Un punto secondo me fondamentale è quello delle “zone grigie”…
Insomma, siamo sempre lì: indipendentemente dal genere, pensa a un libro come L’agente segreto di Conrad: una potenza straniera, i tedeschi se non ricordo male, ha un progetto di destabilizzazione del governo inglese, commissiona degli attentati terroristici e ne affida l’esecuzione a un agente segreto che è un poveraccio che vive in una botteguccia, tiranneggiato dalla moglie. Ti riesce di immaginare una zona più grigia di questa? Uno spazio di connivenza in cui la politica si fa a colpi di bombe – e questo ha fatto la mafia nel ’92. E qualcuno dall’altra parte le ha fatto che credere che ci fosse una disponibilità alla trattativa. Il discorso delle “zone grigie” è connaturato all’essenza stessa dei servizi segreti – e alla ragion di Stato. Se tu fai quel lavoro ti devi sporcare le mani, per quanto possano essere nobili i tuoi propositi. Io sono decisamente allergico nei confronti di quei romanzi che hanno un tasso di violenza esagerato e soprattutto non funzionale al senso della storia, perché c’è un principio di economia politica che governa l’agire di ogni consorteria criminale: il piombo costa, si uccide se ha un senso farlo. Da questo punto di vista, ciò che noi chiamiamo follia è sempre un lucido disegno. Al di là dei serial killer, e dei mariti gelosi che scannano le mogli in un raptus, la follia non esiste: esistono i disegni politici. Il vecchio capomafia Badalamenti diceva: “attenzione, non si può fare la guerra allo Stato”, Riina invece sosteneva che la guerra si può fare, per poi fare la pace. Ed è quello che poi accadde.

E così le mani giuste in cui finiscono gli italiani sono quelle di Berlusconi…
Sì, e lo dico esplicitamente. “Libero” mi ha accusato di aver scritto che Berlusconi è stato il mandante occulto delle bombe di mafia. Se così fosse sarei contro la Storia, e per almeno due motivi fondamentali: innanzitutto perché nel mio libro quest’accusa non c’è – basta leggerselo… Secondo, perché agli atti, né da verbali, né da dichiarazioni di pentiti, risulta nulla del genere. Terzo, poi, perché io semplicemente non lo credo. Né come scrittore né come cittadino. Io sono convinto che Berlusconi abbia vinto le elezioni perché era – ed è – l’italiano più amato. Semplicemente per questo.

Perché è riuscito, come dici nel libro, a guadagnare “il controllo delle pulsioni profonde”…
Esattamente. È come chi dice che le Brigate Rosse erano manovrate dai servizi segreti stranieri… Invece si è trattato di un movimento forte di molti giovani che in quegli anni credevano nella lotta armata e che avevano una reale base di consenso. Un servizio segreto può rimestare, può suggerire e architettare delle trame, ma se non c’è una base reale, se non c’è un sentimento che spinge in quella direzione, nessuno li prende sul serio. Si può ancora immaginare nella Sicilia nel ’91-’92 un movimento autonomista e un progetto per il separatismo? Sì, ci sono stati, perché quelle spinte avvenivano in un momento di particolare debolezza dello Stato. D’altra parte mi pare fu Togliatti, a parlare dello “spessore reazionario” dell’Italia: un paese con un’anima profondamente di destra, con la quale chiunque deve fare i conti.

Un personaggio di grande spessore, e che hai mantenuto in questo tuo ultimo libro è Patrizia, la ex-prostituta…
Sì, bisognava dare un’anima a Patrizia…

Che non era – e non è – una dark lady…
Assolutamente no. Ma insomma, né Romanzo criminaleNelle mani giuste sono dei noir classici. Credo di aver scritto dei libri originali e diversi, il cui segreto sta nel richiamo a una tradizione che è ottocentesca. Sono tornato indietro, a Balzac e a Flaubert. La critica si studi quelli – anzi, fateli studiare a Piperno, che è bravissimo in queste materie – e poi troverà gli agganci con quello che sto facendo… Dicevo, Patrizia aveva bisogno di un’anima. Lei subisce una specie di martirio: nel momento in cui finalmente diventa una persona completa – “sono capace di amare, scopro dentro di me la forza dei sentimenti” – allora viene uccisa. C’è un bellissimo film di Alexander Kluge dell’83 che illustra ciò che sto dicendo, e che si chiama appunto La forza dei sentimenti. Conteneva una legge, spietata ma assoluta per ogni tipo di drammaturgia: in ogni storia d’amore che si rispetti c’è una donna che muore entro il quinto atto. E purtroppo è così…

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