Premio Dubito 2016



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Dibattito sul Manifesto

Sabato 21 giugno sul Manifesto c’era un articolo di Luca Fazio che, prendendo spunto dalla minaccia di sgombero del Leoncavallo, faceva il punto sulla situazione dei centri sociali milanesi. Seguiva un pezzo di Marco Philopat che ha suscitato un dibattito.
Eccolo:

Noi punk del Virus e i centri sociali milanesi
di Marco Philopat

Nel 1977 avevo 15 anni e sotto casa mia c’era il primo centro sociale di Milano occupato nel ’75, la Casermetta di Baggio. Dentro c’erano quelli di Avanguardia Operaia che tentavano di fare qualcosa di positivo nel quartiere, il Movimento Studentesco che andava nelle vicine case minime a organizzare il doposcuola per i figli dei migranti meridionali, poi quelli più avventurosi dell’Autonomia che erano una marea. Le prime volte avevo provato a curiosare le lezioni del doposcuola, ma presto mi ero annoiato, nel cortile della Casermetta c’erano ben altre attrazioni rispetto all’insegnamento dell’italiano a dei ragazzini svogliati, i quali a loro volta preferivano sognare la rivoluzione con gli autonomi. La lotta per noi consisteva soprattutto nella partecipazione a qualche manifestazione tesa contro la polizia e nelle serate di socialità diffusa tra cannette e chitarre acustiche. Eravamo tanti, tutti giovani, mezzi milanesi e mezzi terroni, estremamente felici e sicuri di diventare i protagonisti di un mondo che stava cambiando pelle velocemente. A Milano i centri sociali erano numerosi, senza contare i circoli del proletariato, le sedi politiche extraparlamentari, le librerie e le redazioni dei giornali, se c’era una minima ingiustizia sociale in qualche oscuro angolo di città, la risposta del movimento non tardava mai a farsi sentire.

L’eroina e il punk
La pacchia durò pochissimo e dal vertice dell’onda settantasettina si passò direttamente alla depressione del 1979. La Casermetta fu sgomberata insieme a molti altri centri e circoli, tanti compagni arrestati e noi giovani ribelli dell’ultimora finimmo per irrobustire le file già affollate degli eroinomani. Mi salvai grazie al punk che mi portò a gridare il no future nelle strade di un centro cittadino completamente ripulito. Lì, come per incanto, resisteva ancora un altro centro sociale, il Santa Marta di Demetrio Stratos e delle Kandeggina Gang. Ma la Milano da bere era allora molto convincente e gli ex militanti del movimento creativo furono presto assoldati dai rampanti socialisti craxiani, e così per i pochi punk milanesi non restava altro da fare che rifugiarsi in uno degli ultimi centri sociali sopravvissuti in una zona quasi periferica, a via Correggio 18. Nei primi quattro anni degli Ottanta il Virus, il locale per i concerti interamente autogestito dai punk nato all’interno di via Correggio 18, era praticamente l’unico luogo antagonista che funzionava ancora. Cioè, c’era per esempio il Leoncavallo e alcuni altri, ma dentro si faceva ben poco e rare erano le persone che li frequentavano. Al Virus nacque, per la prima volta dopo la grande repressione e il riflusso, una nuova aggregazione giovanile che in pochi mesi moltiplicò la sfera dei propri interessi. Si passò dallo slogan quasi disperato, stampato a caratteri cubitali sugli striscioni dietro al palco che diceva «quando il sistema ti chiude ogni spazio, non rimane che la musica per esprimere il tuo dissenso», all’organizzazione di una grande manifestazione a Comiso contro i missili nucleari, con l’intenzione di occupare la base militare per far suonare le band punk di tutta Europa. Nel maggio 1984 il Virus tentò di occupare un vecchio teatro in disuso, il volantino portava le firme del Leoncavallo e dell’ultimo tra i circoli, quello di Viale Piave. La polizia sgomberò in poche ore, poi una settimana dopo, per timore di qualche forma di rigurgito stile anni settanta, la giunta comunale socialista si allineò alla questura e tutta l’area di via Correggio 18, Virus compreso, verrà eliminata dalla faccia della città. I punk si stabilirono al Leoncavallo e nel giro di qualche concerto le bianche pareti immacolate del vecchio centro sociale si riempirono di scritte e graffiti a spray.

Il Leo degli anni ’80
Nella seconda metà degli anni Ottanta il Leoncavallo, con la gestione dei compagni provenienti dalla storica casa occupata di via dei Transiti, ospitava l’esperienza similpunk dell’Helter Skelter da cui poi sfocerà il centro sociale Cox 18, nato dall’espansione di un’antica sede anarchica. Entrambi i luoghi saranno sottoposti agli sgomberi e poi alle rioccupazioni nel corso dell’estate del 1989. Da allora, e per tutti gli anni Novanta, a Milano i centri sociali fioriranno ovunque, tra i tanti la Pergola e S. Antonio Rock Squot nel quartiere Isola, il laboratorio anarchico, la casa delle donne di via Gorizia e lo Squott di viale Bligny in Ticinese, la Panetteria e l’Adrenaline a Lambrate, il Vittoria e Via dei Missaglia a sud della città, il Micene e il Galla nella zona nord ovest e nell’hinterland la Cascina di Vaiano Valle, il Bakeka di Novate, l’Eterotopia di San Giuliano, la Corte del Diavolo a Sesto. I Csa a quel tempo agivano nella direzione del soddisfacimento dei bisogni immediati e non guardavano certo al rilancio di grandi utopie. Non c’erano grandi progettualità politiche ed esistenziali come quelle che avevano caratterizzato il loro esordio vent’anni prima, al limite si erano fatti promotori di una proposta culturale innovativa riuscendo a strapparla al business del divertimento o al monopolio delle ormai decadenti organizzazioni di partito o sindacali. Funzionavano anche come informali camere del lavoro per precari dell’emergente era postfordista e infatti molti tra i gestori e frequentatori impararono una professione, in genere nel campo culturale, chi tecnici dello spettacolo, chi operatori specializzati e qualcuno anche giornalista o regista di video.

Le geografie del desiderio
Intanto nel giugno del 1996 era stato pubblicato un libro, una sorta di fotografia con l’autoscatto, Centri sociali – Geografe del desiderio realizzato da Cox 18 e Leoncavallo con l’aiuto del consorzio Aaster e di Primo Moroni. Ci si interrogava sul ruolo dei Csa in una città come Milano, la disponibilità o meno di entrare in dialettica con il territorio di insediamento, oppure il chiudersi in logiche autoreferenziali. La questione della diversità e dell’autonomia ma allo stesso tempo il significato dell’essere attraversati da migliaia e migliaia di persone ogni giorno, le prime analisi sui nuovi modelli produttivi e sulla precarietà nel mondo del lavoro, la crisi di rappresentanza e la rappresentanza informale di interessi ben più ampi di quelli a cui si era abituati a pensare. Il rischio dello slittamento nei rapporti tra i gestori e l’utenza dei centri che poi sarà una delle cause scatenanti dell’attuale situazione di stallo. I centri sociali autogestiti, si diceva, devono affrontare periodiche «prove», sia sul piano simbolico che su quello della tutela concreta, in base alle quali legittimare il proprio implicito parlare ed agire «a nome di», pur nel rifiuto di ogni principio di delega. Di «prove» se ne abbozzarono poche e quel rifiuto del principio di delega che univa il movimento dei centri sociali milanesi fu messo inevitabilmente in discussione. Tuttavia sul finire del decennio altri spazi aprirono, per esempio il Bulk, il Torkiera e l’Orso, la rivolta di Seattle aveva spinto all’azione le cosiddette moltitudini, Bush aveva rubato il trono ad Al Gore, il centrosinistra manganellato a Napoli e Berlusconi ci aspettava alle soglie della zona rossa. Cariche, botte, sangue, l’omicidio di Carlo, l’undici settembre, Afghanistan e Iraq… Dal 2004 è crisi dichiarata all’interno dei centri sociali milanesi, la proposta culturale innovativa se la sono scippata prima alcuni fuoriusciti dai Csa stessi aprendo circoli Arci, poi tutti gli altri. I gestori rimasti non sanno che fare, se vogliono organizzare un concerto o un’iniziativa devono stare attenti alla concorrenza, i precari non hanno nemmeno i soldi per uscire e quindi si trovano lavoro altrove e i frequentatori sono perlopiù figli di gente che sta bene. Se oggi, proprio come trent’anni fa, un giovane migrante vuole sognare, non dico la rivoluzione, ma almeno qualche tipo di lotta politica, l’ultimo posto a cui bussare sono i centri sociali. E se per caso vuole semplicemente imparare l’italiano, di certo non può contare su qualche redivivo del movimento studentesco, forse è meglio che si rivolga ai formigoniani della compagnia delle opere.

Il giorno dopo, domenica 22, sempre sul Manifesto è stata pubblicata la risposta del Leoncavallo:

C’era una buona abitudine del giornalismo di sinistra e di quello d’inchiesta (e non sempre le due cose coincidono) consistente nell’alzarsi dalla scrivania e immergersi nel reale.
Gianfranco Bettin dalla prima pagina de Il Manifesto di sabato 20 giugno, titola “Carta straccia”, ma il riferimento non è, come lecito pensare, alle due pagine successive a firma di Luca Fazio e Marco Philopat quanto alla base di Vicenza. La buona abitudine si è persa e con essa il lume della ragione: dentro la sconfitta epocale della sinistra tutta il problema maggiore sono i centri sociali e spazi pubblici milanesi. Tornare ai territori! Prescrive qualche vate. Per carità però, senza giornalisti e scrittori al seguito, aggiungiamo noi.
Per fortuna abbiamo abbandonato da tempo la retorica del movimento, tutto e spesso niente, preferendo declinarla come comunità di scopo, locali o meno, in lotta. Capaci di collegamento, del sortire assieme, ma anche no. Il che significa, nel concreto, guardare al presente e lasciar perdere l’archeologia.
Per fortuna le geografie del desiderio sono mutevoli e i libri che le descrivono destinati irrimediabilmente a prender polvere nelle librerie, con buona pace di chi li ha scritti.
La domanda che ci viene spontanea è: può a Milano una qualche forma di vita latamente a sinistra prescindere dal destino di questi luoghi? Crediamo di no. E non per qualche rigurgito centrosocialista ma per totale assenza di qualunque altra cosa, proposta, tentativo. E se poi il personale che anima svariati circoli dell’Arci da questo mondo proviene e, magari, ancora frequenta, ci sembra cosa ottima, non pessima. Ma se è per questo i buoni compagni di viaggio si ritrovano ovunque tranne, ci sembra di capire, sulle frequenze e nell’inchiostro di qualche riserva indiana del giornalismo di sinistra.
Lo sgombero del Leoncavallo o di altri luoghi (e per la lunga vita si opera prima di augurarla) ha un valore perchè nel passato si è sempre collocato in un punto di faglia, di frattura e trasformazione della società milanese. In passato ha saputo agire da ponte per altri soggetti e bisogni. Sarà così anche stavolta? Forse si.
Certo se seguissimo il disfattismo degli ex, saremmo fermi al 1968, pardon 1989. Saranno stati anche formidabili quegli anni però adesso, per favore pietà.
Vengono elencati venti spazi tra Milano e provincia: non pensiamo ce ne sia uno che non si senta offeso dalla riduzione definitoria della propria attività. Osteria, cinema? Antifa? Corsi di autodifesa? Alcuni addirittura nulla. Per fortuna che la politica la lasciamo agli amici de Il Manifesto. Certo se gli spazi fossero meno litigiosi… se prendessero carta e penna più spesso.. se alle iniziative di contrasto a questo Expo ci fossero più di qualche decina di persone… Però ad essere sinceri, complici certamente i congressi delle realtà serie della sinistra, ci pare di capire si intendano i partiti, in tali difetti siamo ben accompagnati, o meglio nel poco in splendida solitudine. Isolati? Ben di più, temiamo. Ma non affannatevi troppo, terremo botta anche a sto giro. E come potremmo togliere a qualcuno, in futuro, il piacere di straparlare del presente?

Leoncavallo S.p.a.

Ci sembra che ci siano diversi spunti di discussione, per cui stiamo organizzando un incontro per confrontarsi. Presto ci saranno aggiornamenti.

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