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Bigger than hip hop


Introduzione

"Knowledge, Culture and Overstanding, the 5th element of Hip Hop Culture."
Afrika Bambaataa

It Takes a Nation of Million to Hold Us Back – l’album dei Public Enemy che Stefano Marini, il mio migliore amico dell’epoca, mi regalò nella lontana estate del 1988 – ha segnato in maniera prepotente le esperienze che avrei vissuto negli anni a venire. Nessuno mi aveva preparato a quello che avrei sentito, alla voce profonda e penetrante di Chuck D, al rumore, alla cacofonia apparentemente disorganizzata di quella musica che mi ha folgorato nel momento stesso in cui la puntina del giradischi ha iniziato percorrere i solchi di quel prezioso, storico vinile. Il viaggio tutto personale che proprio allora intrapresi non mi avrebbe portato semplicemente a modificare il mio look quanto piuttosto a scoprire una passione bruciante per la musica rap, la cultura hip hop e la storia afro-americana.
Non che all’epoca fossi minimamente cosciente di tutto ciò... Presentarsi all’Einstein, liceo scientifico milanese icona del conservatorismo scolastico, trascinando le mie preziosissime Adidas senza stringhe per i corridoi e le aule dell’istituto – stile Run Dmc mentre scendono le scale nel video di Walk This Way – con una catena d’oro da bigiotteria – come Ll Cool J nel video di I Need Love – felpe con cappuccio e giacche militari – come nel video di Don’t Believe The Hype dei Public Enemy – non rese facile la mia permanenza nella scuola ma si sa... di necessità virtù. Trovai rapidamente miei simili con i quali condividere la passione irrefrenabile per questa nuova musica, per gli strani giochi con la puntina sul vinile e le rime ipnotiche che ti spediscono verso territori inesplorati, distanti anni luce dalle esperienze di un giovane della periferia milanese negli anni Ottanta aka era pre Internet. Intendiamoci! Niente cellulari, niente personal computer o altre forme di comunicazione/informazione istantanea.
Sottolineo questo elemento poiché la quasi totale mancanza di fonti di informazione su quella musica e sui suoi protagonisti mi ha costretto a rivolgermi direttamente agli unici testi a disposizione: le parole dei pezzi rap. Leggevo con attenzione, canzone dopo canzone, cercando di comprendere e interpretare quelle rime, creandomi un immaginario universo nero nel quale i rapper mi avevano condotto e che non vedevo l’ora di conoscere di persona. Album dopo album, la complessità dell’esperienza dei neri in America ha iniziato a rivelarsi ai miei occhi: da quel momento ho cercato in maniera quasi maniacale di saperne sempre di più.
Capire i testi però non era abbastanza, volevo riuscire a cogliere appieno il significato di quelle immagini che giochi sapienti di parole sapevano creare, scomporre e riproporre in varianti tanto diverse quanto le esperienze individuali dalle quali le canzoni nascevano. La voglia di divertirsi, di trovare luoghi dove poter stare liberamente con altri giovani, il desiderio di dimostrare la superiorità del proprio stile, di un flow e/o un beat unico, la necessità di trovare ambiti d’espressione nei quali incanalare le proprie frustrazioni individuali hanno gettato le basi per il mio viaggio all’interno della cultura hip hop che, con mia grande sorpresa, mi ha condotto alla conoscenza e comprensione di una serie di problemi politici e sociali che hanno caratterizzato l’evoluzione della comunità afro-americana nel corso degli ultimi trent’anni, con particolare attenzione alla storia dei movimenti politici radicali neri che hanno sconvolto l’America degli anni Sessanta e Settanta. Chi erano i vari Malcolm X, Huey P. Newton e Elijah Muhammad citati da Chuck D o che cosa cercavano nel South Bronx quei temuti e odiati Five O di cui parlava Krs One e a quale leader carismatico capace di galvanizzare le masse faceva riferimento Rakim? Dalla lettura ossessiva dei testi rap al recupero di qualsiasi rivista, libro e disco dei miei supereroi, questa passione si è trasformata in una ricerca sempre più cosciente che ha segnato importanti momenti della mia vita, prima tra tutte la tesi di laurea. Dalle parole di Chuck D, leader dei Public Enemy, alle stimolanti riflessioni e testimonianze di Bruno Cartosio e di Paolo Bartella Farnetti, per arrivare alla scoperta delle Pantere nere, la formazione politica nera che più di ogni altra colpì l’immaginario popolare negli Stati uniti e quello di molti giovani come me in giro per il mondo.
Le mie esperienze si alternavano tra l’immersione nelle storie di quei giovani militanti neri e il mio quotidiano che andava radicalizzandosi progressivamente; passavo dall’Italia degli anni Novanta all’America dei tumultuosi anni Sessanta, dal movimento dei centri sociali milanesi al Movimento per i diritti civili/Black Power, dagli sgomberi e dagli scontri di piazza alla violenza dello stato nei confronti di tutti coloro che osavano protestare contro l’ordine costituito. In tutto ciò, la musica e i testi delle canzoni rap sono stati un elemento prezioso e determinante per la comprensione non solo della cultura hip hop ma anche, e soprattutto, delle condizioni storiche, politiche, sociali e culturali che caratterizzano la comunità e le persone dalle quali essa è nata. Le rime dei rapper italiani quali O Zulu (99 Posse) o Militant A (Assalti Frontali) così come quelle degli americani Paris, 2Pac e Dre condizionavano il mio vissuto nello stesso modo in cui i saggi storici mi fornivano gli strumenti per ricostruire le dinamiche di cambiamento che attraversarono l’America nera degli anni Sessanta e Settanta.
Le grandi manifestazioni pacifiche così come i violenti riot che punteggiarono l’America durante gli anni Sessanta affondano le radici nella metà degli anni Cinquanta, quando una sentenza della Corte suprema del 1954 dichiarò incostituzionale la segregazione scolastica dei neri aprendo una crepa nella dottrina razzista vigente che considerava la popolazione nera “separata ma eguale” e fornendo un modello d’azione e un banco di prova a tutti i movimenti degli anni Sessanta. L’importanza della seppur limitata concessione del tribunale, nel caso Brown contro il consiglio scolastico di Topeka, permise la nascita di un Movimento per i diritti civili deciso a lottare con la disubbidienza civile e la non violenza contro il sistema di leggi razziste degli stati del “Vecchio Sud”. In questa fase, Martin Luther King, presidente della Southern Christian Leadership Conference (Sclc), un’organizzazione guidata da vari ministri religiosi, si rivelò il più autorevole portavoce del movimento.
Passando attraverso il grande raduno di Washington del 1963 per arrivare fino alla marcia di Selma del 1965, il Movimento per i diritti civili si sviluppò con vigore e riuscì a tenere insieme un composito fronte di organizzazioni vecchie e nuove, con l’appoggio prudente ma efficace del governo federale e una certa simpatia dell’opinione pubblica moderata, soprattutto nel Nord degli Stati uniti. È innegabile che il movimento non solo innescò una stagione d’impegno politico generale ma contribuì anche a fare uscire la popolazione nera dalla sua lunga sottomissione materiale e psicologica.
L’obiettivo di Martin Luther King era l’integrazione dei neri a pieno titolo nella società americana. Il dottor King credeva nel “sogno americano”, nella vocazione democratica e nella tradizione protestante del paese. Attraverso la disubbidienza civile non violenta e la sua superiorità morale di fronte all’ingiustizia che combatteva, il pastore di Atlanta pensava di “costringere” il governo federale, i moderati del Sud, i progressisti del Nord e la comunità bianca che faceva capo alle varie chiese a estendere il “sogno” alla comunità nera, prevalendo sulla parte reazionaria e razzista degli americani che voleva impedirlo. L’integrazionismo impersonato da Martin Luther King non era però l’unica soluzione al “problema nero” che circolava all’interno della comunità afro-americana. A esso si contrapponeva il nazionalismo che aveva in Malcolm X il suo più lucido e influente esponente.
Malcolm non nutriva la stessa fiducia di King negli anticorpi antirazzisti della democrazia americana, non credeva nella possibilità dell’integrazione: il sistema che aveva relegato la popolazione nera in una situazione di inferiorità, dopo averla strappata all’Africa e sfruttata come schiava, non era “strutturato” per dare piena cittadinanza agli afro-americani. Malcolm vedeva il “sogno americano” dalla parte delle vittime e lo chiamava “l’incubo americano”. Essere nazionalisti significava rigettare una cittadinanza “bianca” di seconda classe e affermare orgogliosamente le proprie radici africane, rivendicare il diritto a una storia e una cultura propria, a sentirsi parte di una nazione nera dispersa geograficamente ma non sradicata.
1 Nel 1966 il fronte delle organizzazioni del Movimento per i diritti civili si sfaldò, una sua parte intraprese la strada della radicalizzazione. Le differenti istanze presenti nel movimento vennero a maturazione e pubblicamente dichiarate durante la marcia di Meredith, nel giugno del 1966. Quella manifestazione di protesta nel Mississippi riunì insieme per l’ultima volta il fronte organizzativo del Movimento per i diritti civili. Durante la marcia venne lanciata una nuova parola d’ordine: Black Power, Potere nero. Non era la prima volta che quel binomio di parole veniva utilizzato ma questa volta, dopo la rivolta di Watts, era un’espressione che faceva paura. Il Potere nero venne condannato dalle organizzazioni religiose integrazioniste nere e considerato eresia da tutti i media nazionali; per gran parte dell’opinione pubblica evocò l’immagine dei guerriglieri pronti a portare la violenza dei riot nelle zone residenziali bianche.
Il grido Black Power fu accolto positivamente nella comunità nera. Esso esprimeva la rabbia non ancora organizzata di molti neri, soprattutto giovani, poveri e urbanizzati, facendo prevalere i temi nazionalisti su quelli integrazionisti. Il nazionalismo nero, come il Black Power, non era facilmente definibile: i gruppi e i leader che si identificarono nello slogan pur dividendosi sul significato da attribuirgli, sulle linee politiche e sui programmi, erano unificati da una serie di istanze comuni e dall’influenza di pensatori neri, tra cui dominava Malcolm X.
Per il nazionalismo i neri dovevano controllare politicamente ed economicamente la propria comunità, sviluppare organizzazioni autonome e liberarsi dal condizionamento dei bianchi. La gente nera doveva cercare alleati nelle nuove nazioni africane o nei popoli del Terzo mondo che si stavano liberando dal giogo coloniale. Come ultimo corollario del credo nazionalista veniva ribadita e generalizzata la necessità dell’autodifesa. Questo era il terreno di crescita nazionalista, pieno di fermento, conflittualità e radicalismo, da cui ebbe origine l’esperienza delle Pantere nere.
Il movimento nero esploso con le lotte per i diritti civili agli inizi degli anni Sessanta, dimostrò dunque di volere andare al di là degli iniziali obiettivi di integrazione nel sistema, ma anche di avere la capacità di ispirare e catalizzare altri movimenti sociali, da quello delle altre “nazioni oppresse” a quello degli studenti e, successivamente, delle femministe e dei gay. La rabbia dei ghetti e delle grandi fabbriche, soprattutto nel Nord, entrò nel movimento e ne cambiò la sostanza: non più azioni non violente per l’integrazione nella società americana, ma la sollevazione spontanea e spesso armata contro lo stato e i suoi simboli. Alla conflittualità urbana che spesso raggiungeva livelli da guerra civile, si aggiungeva ora l’emergere di nuove organizzazioni che avevano l’obiettivo di trasformare l’insurrezione spontanea in un progetto politico non più integrazionista, ma rivoluzionario.2
Gli anni tra il 1968 e il 1972 rappresentano uno dei periodi di repressione più violenti della storia americana contemporanea. Se il partito delle Pantere nere si proponeva come avanguardia rivoluzionaria di quel nuovo movimento, le operazioni Cointelpro – termine utilizzato per designare operazioni “coperte” dell’Fbi volte a distruggere tutte le forme di dissenso interno – rappresentarono la risposta governativa alle richieste sempre più urgenti e pressanti delle classi subalterne. Sebbene le forme di repressione nei confronti delle componenti politiche radicali fossero pratica ben conosciuta negli Stati uniti sin dagli inizi del Ventesimo secolo, le operazioni Cointelpro costituirono un vero e proprio salto di qualità nella gestione del dissenso. Durante gli anni Sessanta Fbi e polizia criminale divennero sempre più metodici, efficienti e criminali, focalizzandosi sull’eliminazione dei leader più in vista del movimento nero e si accanirono con tutta la loro violenza sul Black Panther Party, dopo che Hoover scrisse in un memorandum Fbi del 1968 che l’organizzazione rappresentava “la più pericolosa minaccia alla sicurezza interna degli Stati uniti”. Fondato a Oakland nell’ottobre del 1966, il partito delle Pantere nere rappresentava l’avanguardia politica di quell’esplosivo movimento rivoluzionario che intendeva cambiare le regole della protesta nera. Con una base costituita da individui ai margini della società – poveri, tossici, prostitute, disoccupati, criminali – i nuovi eredi del pensiero di Malcolm X offrirono all’America nera la possibilità di sfogare tutta la rabbia che il Movimento per i diritti civili non era stato in grado o non aveva voluto esprimere. Vestiti con uniformi, baschi e giacche di pelle nera, armati e con un atteggiamento di sfida aperta all’establishment, le pantere catturarono rapidamente l’immaginario popolare e i titoli dei maggiori media, diventando il simbolo dell’orgoglio nero e delle paure della classe media bianca.
L’improvvisa crescita della struttura – in poco più di due anni il partito aveva superato i cinquemila membri – la dice lunga sia sulle capacità organizzative di questi giovani sia sull’efficacia della scelta di un’immagine di lotta in netta contrapposizione con quella borghese e “pacifica” rappresentata dal Movimento per i diritti civili. In un’era in cui la rivendicazione dell’identità razziale si presentava come un simbolo di resistenza, il Black Panther Party sembrava sintetizzare l’essenza stessa dell’orgoglio nero. Il partito si diffuse a macchia d’olio in tutti gli Stati uniti dando vita a una serie di “programmi di sopravvivenza” nelle comunità nere – colazioni gratuite per bambini, distribuzione di vestiti e cibo, scuole della liberazione e cliniche popolari – che ebbe un impatto radicale sulla popolazione. Contro le Pantere nere, l’Fbi attivò in maniera metodica, quasi scientifica, operazioni di sorveglianza, infiltrazione, vessazione, discredito fino ad arrivare all’eliminazione fisica di militanti del partito.
Fu Richard Nixon, a partire dal 1969, a tracciare la linea definitiva e sanguinosa tra il dissenso accettabile e quello non accettabile, mentre contemporaneamente l’allora governatore della California Ronald Reagan liquidava il Black Panther Party e il movimento degli studenti di Berkeley. La decade dei Settanta si apre così con il massacro degli studenti di Kent Stante, degli universitari neri della Johnson State e della Southern University di Baton Rouge e con la repressione del movimento dei detenuti neri tramite l’assassinio di George Jackson e l’eccidio del penitenziario di Attica. L’escalation delle operazioni clandestine dell’Fbi di Hoover e della repressione poliziesca portarono alla disgregazione e, in un secondo momento, alla dissoluzione del movimento di protesta di quegli anni. Questo passaggio dalla protesta al silenzio è testimoniato dalla produzione musicale. Probabilmente nessun artista meglio di Marvin Gaye riflette la trasformazione in corso nella società statunitense del tempo. Nel 1971 esce What’s Going on?, il disco considerato il simbolo della protesta nera. Da allora le produzioni di Gaye cambiano radicalmente riflettendo le più ampie trasformazioni che avevano caratterizzato le forme di socialità e di lotta della comunità nera. La crescente militarizzazione delle forze di polizia e gli attacchi contro gli esponenti in vista delle organizzazioni politiche progressiste contribuirono a limitare drasticamente l’impatto e la crescita del movimento nero: la trilogia composta da What’s Going On?, dalla colonna sonora del film Trouble Man e da Let’s Get It On documentano questa tragica dissoluzione. La grandezza della produzione di Marvin Gaye consiste nell’aver saputo rappresentare la diversità di tutte le voci all’interno del movimento, stabilendo una sorta di paradigma della protesta nera proprio nel momento in cui tali voci sembravano perdere la loro forza dirompente. In questo senso, egli non rappresenta solo il simbolo musicale, l’icona della protesta nera, ma anche un attento osservatore dei tragici cambiamenti in atto.
Durante gli anni Settanta, mentre esponenti moderati del movimento assumevano cariche politiche nelle amministrazioni locali, entrando progressivamente nella politica elettorale a livello nazionale, e leggi che facilitavano l’integrazione come l’Affirmative Action sembravano raccontare una nuova America, una forma di segregazione di diverso tipo veniva a imporsi sulle classi urbane più disagiate e, in particolare, sulla popolazione di colore. I tumulti e la violenza generalizzata del periodo, la fuga delle classi medie dalle città, la ristrutturazione del mondo del lavoro e la delocalizzazione degli impianti industriali erano alla base di questi profondi cambiamenti. Il trasferimento della classe media nera al di fuori dei confini urbani intaccò le forme di relazione comunitaria tradizionali mentre la nascita dell’economia dei servizi mutò radicalmente i rapporti e le modalità del lavoro nelle comunità urbane nere, creando in questo modo la prima generazione di sottoproletari, una sottoclasse percepita dalla popolazione come deviata, pericolosa, criminale e, per lo più, nera. Verso la metà degli anni Settanta, la crisi evidente di ciò che un tempo era la comunità nera sarebbe diventata l’esempio più eclatante del decadimento urbano in corso, com’è magistralmente cantato nelle produzioni degli allora giovanissimi Gil Scott-Heron e Stevie Wonder. Queste erano le condizioni in cui nacque nelle strade e nei parchi del South Bronx la cultura hip hop. I primi protagonisti di quella scena, i vari Futura, Red Alert, Kool Herc, Crazy Legs e Flash, diplomatisi in istituti tecnici e professionali per lavorare in settori già coperti dall’automazione o in fabbriche che si trovavano ormai disseminate in altri luoghi, facevano parte a tutti gli effetti di quella prima ondata di sottoproletari neri ai margini della società. Per lungo tempo si è creduto che questa generazione avrebbe goduto dei vantaggi e dei benefici derivanti dalle lotte per i diritti civili. Non fu così. Se proviamo a muoverci tra le più recenti statistiche noteremo come la popolazione afro-americana viva in quartieri e abitazioni povere e prive di servizi base, soffra di disoccupazione cronica, sia vittima di suicidi e Aids – con percentuali che superano quelle di numerosi paesi del Terzo mondo – e destinata a passare buona parte della propria esistenza in prigione. L’hip hop è nato come espressione culturale, giovanile e alternativa della nuova identità nera, esprimendo sia gioia e voglia di divertirsi, sia esperienze di marginalità, di mancanza di opportunità e di oppressione che hanno caratterizzato la storia e l’identità afro-americana. Cultura nata e plasmatasi nelle condizioni di disperazione che scandiscono il quotidiano nel ghetto nero, l’hip hop si è appropriato della tradizione culturale africana e dei suoi tentativi di adattamento e trasformazione in terra americana L’hip hop ha utilizzato strumentazioni elettroniche – tratte da materiale destinato alla distruzione e all’inutilizzo – per creare un movimento culturale che ha comunità di adoratori e adepti in tutto il mondo, una sorta di virus diffusosi a livello planetario, una nuova, straordinaria energia creativa esplosa dai bassifondi della società americana.
L’hip hop crea nuovi significati dalle esperienze della vita urbana e si appropria simbolicamente dello spazio cittadino attraverso il campionamento, gli effetti sonori, il flow, la danza, lo stile e l’attitudine. La cultura hip hop si fonda sui 4 elements, sulle quattro forme artistiche universalmente riconosciute come espressione di questo movimento culturale: Dj’ing, Mc’ing, writing e breakin. Nello squallore e nella devastazione delle inner city della metà degli anni Settanta, giovani writer elaboravano nuovi pezzi sui loro blackbook e bombardavano la linea metropolitana, i treni, i campi da gioco e le facciate di palazzi, reclamando spazi e visibilità. I primi b-boy elaborarono un tipo di danza che prevedeva acrobazie sul cemento dei marciapiedi e riuscirono a rendere amichevole, anche se solo temporaneamente, lo squallore urbano creando luoghi e momenti di aggregazione giovanile. I Dj organizzavano party improvvisati per le strade, nei parchi e nei centri comunitari collegando abusivamente il loro impianto alla rete elettrica cittadina e portando pace, unità e conoscenza in aree dove non esisteva alcuna infrastruttura e violenza e criminalità erano all’ordine del giorno. I rapper utilizzarono il microfono e la loro maestria linguistica per raccontare nuovi mondi, nuove esperienze pronti a scaraventarci oltre il pianeta del rock.
Dal jive scat di Cab Calloway allo spoken blues degli anni Cinquanta, dai Dj radiofonici che rappavano su basi musicali alle ballate d’amore su basi soul o disco – vedi Isaac Hayes e Barry White – l’elemento vocale, il rap, tipico della tradizione orale africana, ha assunto un’importanza crescente fino a diventare elemento centrale nella cultura hip hop. Grazie all’evoluzione tecnologica, al recupero di materiali elettrici e alla genialità di quei giovani Dj e delle tecniche da loro inventate, i rapper iniziarono a cantare su un beat che poteva esser esteso anche all’infinito. La svolta tecnologica permise ai Dj di sfruttare un numero infinito di dischi, jingle, sigle televisive e colonne sonore per i loro campionamenti. Con il mixing e il multi-tracking elevati ad arte, le tecnologie divennero necessarie sia ai Dj che agli Mc, che potevano così creare nuovi suoni e nuovi ritmi evidenziando un altro assioma della musica rap – “ciò che è vecchio è sempre nuovo”. L’originalità e l’eclettismo dei primi Dj, Mc e crew contribuì in maniera decisiva alla diffusione della nuova cultura nera che passò dalle esibizioni nelle strade, nei parchi e nei centri comunitari ai primi locali del Bronx per arrivare, in un secondo momento, ai club “in” di Manhattan dove la gioventù nera che proveniva da uptown incontrò i giovani punk rocker che animavano la scena underground locale. Il passo dalla conquista di New York a quello della scena nazionale e internazionale è stato un percorso lento ma inesorabile. In questo libro si vorrebbe evidenziare l’importanza di collocare questo movimento culturale all’interno del contesto storico, politico e sociale in cui si è sviluppato per agevolarne una migliore comprensione che si allontani quanto più possibile dalle rappresentazioni mediatiche. La necessità di comprendere il framework entro cui un determinato fenomeno nasce e si sviluppa, attraverso la ricerca di testimonianze dirette, è stato un fattore critico per la mia evoluzione personale nella quale musica, storia e politica rappresentano solo prospettive diverse del medesimo percorso di vita e di ricerca.
Nei mesi e negli anni successivi alla fine dei miei studi universitari avrei imparato a conoscere quel contesto. La volontà di realizzare una storia orale sul partito delle Pantere nere mi ha portato a passare periodi prolungati negli Stati uniti alla ricerca degli esponenti di quell’organizzazione. Durante questi anni di viaggi, ricerche, interviste e riflessioni solitarie, ho avuto il piacere di incontrare attivisti, artisti e intellettuali che hanno scelto di condividere con me non solo la loro storia e le loro riflessioni personali ma anche e soprattutto aneddoti che, anche presi singolarmente, potrebbero essere l’oggetto di interessanti nuovi studi sulla tradizione linguistica e gergale nera. Molte di queste persone nel tempo sono diventate anche grandi amici. Nonostante ciò, il mio percorso nell’America nera è sempre stato quello di un outsider. Durante i lunghi viaggi upstate a bordo dei pullman della Prison Gap – la compagnia privata che offre l’unica via di accesso alle numerose prigioni e agli ancor più numerosi prigionieri detenuti nel nord dello stato di New York – ho sperimentato i momenti più intensi di scambio e interrelazione con la comunità afro-americana.
Le corriere partono da mezzanotte alle due del venerdì e del sabato sera, a seconda della distanza dalla prigione, per arrivare a destinazione prima delle otto del mattino, ora d’inizio visite. Ricordo le attese snervanti alla ricerca dell’autobus giusto in mezzo a centinaia di altre persone, in una Columbus Circle resa ancor più surreale dalle migliaia di individui che mi passavano a fianco intenti a spassarsela nel weekend di Manhattan, ma poi le ore di conversazione con miei compagni di viaggio diretti nelle stesse carceri in cui mi recavo mi offrirono la possibilità di conoscere un campionario umano vastissimo: nonni e nonne, madri e padri, fratelli e sorelle, mariti o mogli, fidanzati e fidanzate o semplicemente amici di prigionieri, che con le loro storie hanno contribuito a rendere più completo, nella mia mente, quel complesso e intricato puzzle rappresentato dalla comunità nera in America. Anche in questa occasione, il punto d’incontro tra me e i giovani con cui ho parlato durante quei viaggi è stata la musica hip hop.
Le storie e le esperienze ascoltate su quei pullman, così diverse da quelle degli ex militanti nelle Pantere nere, delineavano rappresentazioni distinte se non opposte, non tanto dei problemi che gravano sulla comunità nera, quanto sulle forme di militanza e lotta possibili e sull’opportunità stessa di tale impegno nella società statunitense contemporanea. Questa differenza rappresenta la crisi interna alla comunità nera, duramente segnata da un vero e proprio gap generazionale semiparalizzante che va ad aggiungersi ad altre preoccupanti dinamiche che la riguardano: dallo stato di costante repressione e brutalità poliziesca alle altissime percentuali di suicidio e di carcerazione dei suoi membri, dalla “guerra tra i sessi” che ne lacera la coesione interna alla massiccia disoccupazione che ne logora le forze residue. È stato così che, poco alla volta, ho iniziato a comprendere a fondo le conseguenze della distruzione del Movimento di liberazione nero avvenuta tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta e, soprattutto, della profonda trasformazione delle forme di produzione e del mercato del lavoro. La crescente segregazione, l’invasione delle droghe pesanti, la distruzione del sistema del welfare, la guerra alla droga e le leggi repressive aiutano a comprendere la diversità tra le condizioni di vita dei protagonisti di questa cultura e delle loro produzioni della fine degli anni Settanta e quelle di oggi e a comprendere la trasformazione dei testi rap dall’impegno della Golden Age (1988-1993) alla violenza del gangsta rap per giungere alla superficialità dell’ostentazione del lusso, il bling bling contemporaneo.
Come denuncia Chuck D, leader storico della formazione dei Public Enemy, “i numerosi eventi organizzati negli ultimi anni hanno ampiamente dimostrato che esiste una forte esigenza di discutere di musica e delle sue implicazioni politiche e sociali. La nostra conversazione è un esempio dell’ampio dibattito che coinvolge migliaia di persone in tutto il mondo. Un dibattito che va oltre l’importanza dei singoli artisti e si svolge in maniera differente nei diversi paesi. Tutto ciò dimostra che la cultura hip hop e la musica rap possono scatenare discussioni che vanno ben oltre ciò che potessimo immaginare. Quello che però accade ora, in un periodo in cui il rap non solo è accettato ma pubblicizzato e promosso in maniera industriale, è che la discussione è inesistente e, dove esiste, è tristemente superficiale. Quando la comunicazione degli artisti verso il pubblico passò dall’impegno e coerenza dei primi anni Novanta all’incoerenza della metà e della fine degli anni Novanta, il pubblico di giovani che ballava ai concerti e cantava con i propri idoli si è trasformato in unità di vendita. Il rap ha profitti da capogiro. Dunque nessuna discussione riguardo la musica poiché la nostra cultura è stata trasformata in a viable commodity – in un prodotto da vendere. Allo stesso tempo, il governo e le istituzioni tagliano tutti i finanziamenti per l’educazione e le arti. Ci troviamo di fronte a una massa di persone che non sa nulla, che non conosce la propria storia. Anche quando i giovani pensano di sapere tutto sui loro idoli, su un certo membro dei Wu Tang Clan o su 2Pac, non sono in grado di comprendere la loro storia e le loro produzioni e, soprattutto, lo stretto legame tra i due. È gravissimo che la nostra gente non conosca i protagonisti che hanno contribuito alla storia e alla cultura nera durante gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. L’hip hop è in stato d’emergenza da quando le multinazionali lo hanno strappato alla comunità nella quale è nato e si è sviluppato”.3
Da The Message di Grand Master Flash del 1982 a W4 dei Dead Prez del 2005 sono passati molti anni, molti album, molte liriche, molte esperienze di marginalità e sfruttamento nascoste dal lusso della rappresentazione mediatica, che aiutano a comprendere le ragioni per cui i testi delle due canzoni parlino delle condizioni di vita nella comunità nera in maniera tristemente simile. Nel tentativo di ricostruire e di comprendere le dinamiche che hanno trasformato la vita e i contenuti della musica nera è nato Bigger Than Hip Hop, una raccolta di testimonianze e riflessioni che offrono un percorso d’analisi e comprensione delle nuove forme di resistenza culturale e politica nera. Il viaggio qui proposto inizia con le parole di coloro che sono stati i pionieri della uptown culture (in seguito hip hop culture) e ne hanno costruito le fondamenta, attraverso i nodi centrali del dibattito accademico sul fenomeno e infine ritorna alla voce delle persone che quella cultura ancora oggi rendono viva – artisti, attivisti comunitari, intellettuali e militanti – alla scoperta dei problemi profondi che affliggono la comunità nera all’inizio del nuovo millennio. Un tentativo di razionalizzare la complessità dei fenomeni avvenuti e di delineare quelli che stanno per accadere.

Bigger Than Hip Hop vuole essere un omaggio alla storia, alla cultura e alla comunità afro-americana, la prima tappa di un percorso di ricerca nella cultura hip hop e una sfida a far meglio nella sana tradizione delle Hip Hop Battle.

Giuseppe “u.net” Pipitone, marzo 2006



Note

1 B. Cartosio, Senza Illusioni, ShaKe, Milano 1995, p. 68.
2 Ivi, p. 72.
3 Stralcio dall’intervista con Chuck D realizzata dall’autore il 27 febbraio 2005.