Voi non ci sarete
Prefazione
di Alessandro Bertante
New York 11 settembre 2001, il secondo aereo si schianta nel grattacielo in diretta. Tutto il mondo osserva attonito le torri gemelle accartocciarsi su se stesse e sparire in un’immensa nuvola di polvere e detriti. L’Occidente mostra la propria vulnerabilità. Il nuovo millennio comincia con questa immagine apocalittica, straziata icona che in pochi minuti pone fine all’ottimismo degli anni novanta. Nulla sarà più come prima.
La distruzione delle torri cambia il mondo, minando la fiducia nel suo incessante progresso. Perché l’attentato, nelle sue tragiche dinamiche, non è affatto limpido. Zone d’ombra, incongruenze, complicità interne e dietrologia insinuano il dubbio che la realtà non sia altro che una sordida rappresentazione di interessi inconfessabili.
Pochi mesi dopo due giovani studenti italiani dalla faccia pulita residenti a New York, intervistati da una premurosa inviata sulle conseguenze sociali dell’attentato, guardando la telecamera rispondono mesti: “Enjoy the moment”.
Enjoy the moment, appunto. Nessuna visione del futuro.
Futuro che viene messo in discussione da altre immagini agghiaccianti quando nel dicembre 2004 assistiamo impotenti alla furia dello tsunami in Estremo Oriente e poi, ancora, nell’agosto del 2005, quando vediamo affogare New Orleans.
Il nuovo decennio è cadenzato da sciagure che mutano l’immaginario occidentale.
I segnacoli culturali di questa profonda crisi cominciano a diventare evidenti nel proliferare di produzioni letterarie e cinematografiche che profetizzano disastri ambientali, pandemie, scenari primordiali da nuovo Medio Evo, oppure che rispolverano l’ormai classico filone horror degli zombie o di certa fantascienza anni cinquanta, caratterizzata dall’ansia del nemico alle porte.
Si torna a parlare della fine del mondo. Un crepuscolo per certi versi inedito, libero dal timore di un conflitto nucleare – che tanto tormentò la mia generazione fino alla fine degli anni ottanta – ma sintomo di una mancanza di fiducia più complessa e radicata. Non è più il tempo per un’accettazione fideistica delle “magnifiche sorti e progressive” che, nel lustro dell’arroganza liberale di Blair e Clinton, sembravano andare di pari passo al grande entusiasmo generato dalla diffusione della rete come mezzo privilegiato, e orizzontale, di comunicazione.
Un’illusione, certo. Ma non si tratta solo di questo.
L’irresponsabile stagione di guerre preventive dell’amministrazione Bush riporta in primo piano il problema dell’esaurimento delle risorse energetiche incautamente rimosso dopo la crisi petrolifera degli anni settanta; lo shock emotivo di allora aveva suscitato una sensibilità ambientale che si è progressivamente ridotta a dichiarazioni di facciata e infine esaurita.
Al di là dei conflitti mediorientali, si scorge con chiarezza che la vera disputa è tra l’Occidente e il colosso cinese, candidato a diventare nel medio periodo il principale avversario degli Stati Uniti per l’egemonia mondiale.
Come se non bastasse, superata la metà del primo decennio duemila, negli Stati Uniti vengono drammaticamente alla luce le bolle speculative, mostrando la precarietà di mercati finanziari inquinati da lobby di speculatori senza scrupoli, responsabili di un vero e proprio assalto alla diligenza. La crisi finanziaria è diventata industriale e mondiale, ovvero siamo testimoni della più seria depressione economica dal dopoguerra, le cui reali conseguenze non ci è al momento dato di prevedere. Basti pensare al panico irrazionale che scatena una parola come “recessione”, vero feticcio lugubre della contemporaneità, evocante drammatici scenari di impoverimento. Il modello stesso di capitalismo basato sulla continua crescita del consumo viene messo in discussione, con buona pace di chi, ed erano molti, profetizzava la fine della storia, esaltato dalla caduta dell’Unione Sovietica e di ciò che restava del mito socialista.
Una crisi totale dunque, la mancanza di prospettive per un futuro qualsiasi.
In questo drammatico contesto internazionale l’Italia si riconferma autentico laboratorio sociale dell’Occidente. Abbiamo davanti agli occhi la criminale inadeguatezza di una classe politica che trae il proprio consenso dagli istinti più bassi e dal qualunquismo diffuso. Un imbarbarimento culturale che fa della rivendicata mediocrità, delle volgarità xenofobe e della mancanza di senso civico l’unico modello di riferimento plausibile. L’uomo occidentale nelle sue manifestazioni quotidiane e tangibili è l’espressione compiuta di una decadenza in atto.
Per noi esiste solo il presente, null’altro che il presente, in esso cerchiamo consolazione e riparo.
Enjoy the moment, quindi. Un’affermazione significativa ma che non basta a farci capire cosa stia succedendo. Quella che si affaccia all’età adulta è la prima generazione della contemporaneità industriale che vede compromesso il proprio futuro. La prima generazione che sarà più povera dei propri padri. La prima generazione dell’Occidente che non penserà di vivere nel centro del mondo e di poter disporre della sterminata periferia a suo piacimento, incurante del diritto internazionale come del semplice buon senso.
L’intento della presente raccolta è intercettare l’immaginario apocalittico di questa nuova generazione di scrittori italiani fra i venti e i trent’anni, cresciuti in epoca già compiutamente iconica e informatica, per forza di cose refrattari alle pulsioni politiche e sociali del Novecento.
Un immaginario ricco e diversificato che si nutre di molteplici suggestioni. Non riconducibile a una solida omogeneità tematica, può tradursi negli affreschi fantascientifici di Beretta e Fontana come nel presente in divenire – già attuale nelle sue problematiche sociali – di Marchetta, Piccinni e Scarabelli. Oppure colorarsi di uno sguardo ironico e disincantato nei lavori di Fiore e Latronico, fino ad arrivare alla melanconica assenza della storia di Bellocchio, contraltare estetico della tumultuosa epica di Sarasso.
Voi non ci sarete ci offre indizzi letterari su come si possa oggi immaginare un futuro. Ammesso che sia ancora consigliabile farlo.