Anarchy in the EU
Siamo i figli del caos e della catastrofe. Eppure bisogna continuare ad agire, senza tregua sperimentare, sbagliare, ripensarci su, ritessere ancora, mandar giù nella memoria l’euforia collettiva delle cose riuscite, e cercare di espungere odi e rancori in vista della causa comune più alta: combattere il potere della finanza e della politica a lei asservita in tutte le metropoli del mondo, così da sconfiggere la nuova inquisizione occidentalista, militare, clericale, securitaria e affermare una socialità alternativa, ecolibertaria, meticcia, precaria, ereticosessuale, autonoma dal controllo sociale e dalla disciplina del mercato.
Sono un attivista noglobal da quando lessi No Logo nel settembre 999 e sentii alla radio le prime notizie della Battle of Seattle, che portava a compimento i fermenti radicali ed eretici degli anni ’90. Il movimento noglobal era nato e io ero determinato a farmelo tutto da dentro, da agitatore, per buttare definitivamente a mare la sinistra del Novecento e del Sessantotto, e propagare ovunque la soggettività eretica nata negli squat e nei centri sociali, nelle ribellioni urbane e nelle azioni ecoanarchiche, nei Gay Pride e nelle Street Parade.
Se non eri di Sarajevo o Kigali, gli anni ’90 furono una figata pazzesca. Se oggi i media globali continuano a celebrare come stagione di libertà perduta la Summer of Love del 1967 (“phoney Beatlemania has bitten the dust” cantavano i Clash già trent’anni fa), bisogna invece avere il coraggio di dire che il decennio aperto dal Crollo del Muro e chiuso dal Crollo delle Torri è stato di una carica liberatoria sconfinata: i Nineties sono l’etica freak dell’esodo e della liberazione, dello sballo collettivo e della solidarietà affettiva, combinata all’etica anarchica dello squatting e della condivisione, della nonviolenza interna e dell’autodifesa esterna. La cultura rave e technohousetrance trasformò irrimediabilmente le giovani generazioni del continente europeo nel momento in cui tutte le frontiere stavano cadendo. Se gli hippy esprimevano un sogno di fratellanza globale, i raver la praticavano felici da Ibiza a Goa, da Londra a Berlino, da Milano a Parigi: let there be house!
Tutti liberi da Est a Ovest, tutti misti da neri a bianchi ad asiatici, tutti queer, bisex e transex, fetish worship e candy love. Dopo vent’anni, le droghe tornavano a essere quelle felici. Ecstasy, marocco, skunk hanno alimentato un’evoluzione sia edonistica sia libertaria che ha creato una cesura con tutte le generazioni precedenti, ancora legate all’etica del lavoro e del dovere, alla droga vista come peccato sociale o fuga dalla realtà invece che come elemento di socialità, di catalizzazione e ricreazione. MDMA e THC erano però già allora insidiate dalla “bamba” (così si chiamava dieci anni fa, mentre oggi, molto più diffusa, a Milano è la “barella”) e oggi dal ritorno dell’eroina grazie a talebani e occupazione NATO; entrambe sono tristemente tornate a dilagare nel cupo e cataclismatico decennio che viviamo, gotico di guerra e fondamentalismo. Gli anni ’90 hanno unito i giovani di tutta Europa e i teens sia di classe media sia dei ghetti di tutto il mondo. Gli anni ’90 credevano nella pace del mondo, perché noi antinuclearisti avevamo vinto: avevamo sconfitto la Guerra fredda e liberato Berlino dalla Stasi. Vedevamo sì nazionalismi e pulizie etniche avanzare, ma eravamo troppo occupati a esplorare il globo e a divertirci nel mondo nuovo, quello in cui discriminazione e repressione sarebbero presto scomparse, o così credevamo con gioia e passione.
E poi era l’epoca della rivoluzione culturale del cyberpunk che ha preceduto la rivoluzione economico-mediatica del Web: gli anni ’90 sono la liberazione del virtuale e la scoperta delle potenzialità dell’immateriale. Internet nasce libera come il mercato globale che si è creato con l’implosione dell’Unione Sovietica e la conversione al capitalismo della Cina. Tutto il mondo diviene neoliberista (e consumista). Non perché piacciano il darwinismo sociale e il tradizionalismo autoritario di Reagan, Thatcher, Friedman, Hayek ma perché il neoliberismo alimenta un’evoluzione della società in senso individualista e multiculturale che è fonte di emancipazione per milioni di persone (donne e gay in primis, ma anche minoranze etniche e immigrati). La disuguaglianza avanza, ma se posso far l’amore con chi voglio, chiamare col telefonino chi voglio e volare low-cost dove voglio alla fine me ne posso anche fregare. O almeno così hanno ragionato in tanti. Erano gli anni ’90, anni di eccessi finanziari e party interminabili in attesa di quel millennio che doveva essere l’orgasmo perfetto. Sappiamo oggi che il Y2K, il millennium bug che doveva far saltare tutti i computer alle 00.01 del 2000, era una bufala, mentre Al-Qaeda purtroppo no. Quando crolla il World Trade Center coi suoi morti di n nazioni diverse, tutti vedono in diretta che la fase anarchica e cosmopolita del neoliberismo è finita, colpita mortalmente al cuore, nel suo simbolo. Il pendolo della storia da New York si muove verso Washington, il neoliberismo diventa neoconservatorismo, il potere imperiale pacificatore di Clinton si morpha nell’avventura di potenza di Bush (e pensare che nel 2000 noi noglobal pensavamo non ci fosse grande differenza fra Gore e lo sgherro bushista, tanto che fu proposta una campagna che ritraeva un unico candidato benedetto dalle corporations: la sintesi photoshoppata dei due), Internet viene filtrata da poteri statali autoritari, il multiculturalismo lascia il posto all’occidentalismo e alla guerra fra civiltà.
Di qua i cristiani, bianchi, efficienti, timorosi dello stato e del mercato, familisti consumisti che credono al culto della superiorità occidentale sulle altre formazioni storiche del pianeta, di là loro, gli scuri, gli islamici oppure i devianti, gli omosessuali, gli assenteisti, i graffitisti. Basta Europa, si ritorna alle soffocanti patrie-nazioni con le loro élite corrotte e le loro dinastie politiche infinite, in culo alla generazione precaria e lunga vita alla gerontocrazia della rendita protetta dall’euro forte. Finita la new economy, si torna alla old society. Sono gli anni doppio-zero, fratella cara, quelli della catastrofe accelerata in fast-motion. Dalla house edonista dei ruggenti ’90 si passa all’electroclash nell’era del clash of civilizations. Di là Tim Leary, il profeta della cyberdelia universale, di qui Samuel Huntington, il profeta della guerra globale fra le grandi religioni del mondo. Dai piatti si torna alle chitarre, dal techno funk dei Daft Punk al rock punk dei White Stripes. Dal Muro di Berlino al Muro della Palestina, lo spettacolo dei mercati e del consumo lascia il posto a quello della guerra e del terrore: l’euforia dei 90s lascia il posto alla paura dei double-0s.